Guardare oltre la crisi:dove stiamo andando? Siamo lieti di pubblicare la seconda parte di un'articolata riflessione di Pierre Carniti

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Attualità
Guardare oltre la crisi:dove stiamo andando? Siamo lieti di pubblicare la seconda parte di un'articolata riflessione di Pierre Carniti
di Pierre Carniti

Globalizzazione e diseguaglianza (2)
di Pierre Carniti
(
segue, la prima parte è stata pubblicata in Attualità il 24 Gennaio)
2. Il lavoro.
Il lavoro ha mutato carattere. Meglio ancora. Il concetto di lavoro e di occupazione è cambiato e sta cambiando radicalmente. Non si tratta di nulla di sorprendente. Perché è già successo tante altre volte nella storia
. In effetti, se consideriamo la cosa anche solo nel quadro delle culture e dello sviluppo della civiltà occidentale, la concezione del lavoro ha subito numerose metamorfosi. All’inizio della civilizzazione occidentale, che può essere fatta coincidere con la Grecia antica, il lavoro era addirittura giudicato una circostanza per escludere una persona dalla società. Fino al punto che chi era costretto a lavorare non veniva considerato membro effettivo della comunità. All’epoca intesa soprattutto come “società politica”. In effetti, donne e schiavi, ai quali era assegnato il lavoro, erano ritenuti estranei alla polis. Non avevano perciò diritto di parola e di voto nelle assemblee cittadine e nemmeno il diritto di parteciparvi come semplici spettatori. Nel Medioevo le cose cambiano. Ma non tantissimo. L’organizzazione sociale è infatti ripartita in: laboratores, oratores, bellatores, ed ai primi non è sostanzialmente riconosciuta alcuna voce in capitolo negli affari della comunità. All’inizio della modernità, la scuola fisiocratica, considera invece lavoro produttivo (ossia creatore di valore e quindi meritevole di riconoscimento pubblico) solamente quello legato alle attività primarie: agricoltura ed estrazione mineraria.
Non è possibile e non è nemmeno il caso di percorrere qui tutti i passaggi relativi all’evoluzione del ruolo e della concezione del lavoro nel corso della storia. Tuttavia, è almeno necessario sottolineare che, a partire dalle rivoluzioni borghesi, nella società di mercato e del capitalismo in rapida crescita il lavoro incomincia a costituire invece il segno distintivo dell’identità personale, familiare, sociale. Ed il suo significato messo in valore, sia dai singoli individui, che dalla politica.
Questo sviluppo ha alla sua base un processo di mutazione che inizia e si consolida con la rivoluzione industriale. Karl Polanyi ha acutamente descritto, il punto di partenza della “grande trasformazione” che ha partorito il nuovo ordine industriale. Questo momento è costituito essenzialmente dalla separazione dei lavoratori dai loro mezzi di sussistenza. E quella dissociazione è parte di un più generale distacco. Infatti produzione e scambio hanno ormai cessato di essere iscritti in un omnicomprensivo, indivisibile modo di vita. Si sono in tal modo create le condizioni perché il lavoro, insieme alla terra ed al denaro, venga considerato una semplice merce e come tale trattata. Si potrebbe anche dire che è stata questa stessa separazione che ha dato, alla capacità di lavorare ed a chi la deteneva, libertà di movimento. Compresa la possibilità di essere collocato a diversi (migliori, più utili, o più redditizi) utilizzi, ricombinati, riaccordati in altri (migliori, più utili, o più redditizi) ordinamenti. La separazione delle attività produttive dal resto degli obiettivi di vita ha così permesso di congelare la “fatica fisica e mentale” in un fenomeno a sé stante. In sostanza una “cosa” che ha potuto essere trattata come tutte le cose. Vale a dire “gestita”, mossa, unita ad altre “cose”. Oppure fatta a pezzi. In assenza di questa separazione sarebbe stato piuttosto difficile dissociare mentalmente l’idea del lavoro dalla “totalità” alla quale esso apparteneva “naturalmente” nel passato e considerarla e trattarla come un soggetto autonomo.
Come è noto, nella concezione preindustriale di ricchezza questa “totalità” aveva trovato incarnazione nella “terra”. Inclusi coloro che provvedevano alla semina ed al raccolto. Non sorprende quindi che il nuovo ordine industriale e le nuove categorie concettuali abbiano permesso la proclamazione dell’avvento di una diversa società. Società diversa in quanto nata dalla distruzione del ceto rurale e con esso il legame “naturale” fra terra, fatica umana e ricchezza. Naturalmente, perché questa trasformazione si compisse, si è prima dovuto rendere i contadini esseri sostanzialmente inutili. Sradicati e “senza padroni”. Quindi soggetti mobili, in possesso di una capacità lavorativa che poteva diventare di pronto utilizzo. Comunque una potenziale fonte di impiego in sé e per sé.
Questa opera di sradicamento dei lavoratori dalla terra è apparsa, a non pochi testimoni dell’epoca, una espressione di emancipazione del lavoro. In qualche misura parte integrante dell’inebriante senso di liberazione delle capacità umane dalla vessatrice forza dell’abitudine e dall’inerzia dei costumi ereditari. Tuttavia, l’emancipazione del lavoro dalle sue “restrizioni naturali” non lo ha reso libero di fluttuare, sradicato e senza padrone per un lungo tempo. Soprattutto non lo ha reso affatto più autonomo. Cioè libero di decidere e seguire la propria strada. Condizionato soltanto dal ciclo delle stagioni. In effetti il tradizionale stile di vita, ormai smantellato o non più funzionante, del quale il lavoro faceva parte prima della sua presunta emancipazione, veniva ora sostituito da una altro “ordine”. Questa volta però non si è più trattato di un “ordine naturale”, ma di un ordine “prestabilito”. Costruito, invece che sugli sviluppi ed i contorcimenti dell’evoluzione storica, come il prodotto del pensiero e dell’azione razionale. Perciò, una volta scoperto che il lavoro era la fonte della ricchezza, è diventato compito della ragione utilizzare e sfruttare quella fonte nel più efficiente dei modi.
Alcuni letterati e commentatori del turbolento spirito dell’epoca che ha segnato il passaggio dall’agricoltura all’industria, hanno interpretato il declino del vecchio ordine come una sorta di sovvertimento dinamitardo. Cioè come l’esplosione di una bomba installata dal capitale. Altri invece, come ad esempio Tocqueville, più scettici e niente affatto entusiasti, hanno visto in quella scomparsa una implosione anziché una esplosione. Analizzando in retrospettiva i fatti essi hanno individuato i semi della catastrofe nel cuore dell’ancien regime. L’aspetto che va rilevato è che, nella letteratura dell’epoca, risulta curiosamente assente il dibattito sul nuovo regime. In particolare sulle intenzioni dei suoi nuovi padroni. In sostanza, la sola urgenza di catastrofisti e scettici, appariva quella di sostituire il più rapidamente possibile il vecchio ordine, ormai defunto, con uno nuovo. Naturalmente nella speranza che fosse meno vulnerabile e più affidabile del precedente. In realtà, con lo sradicamento dei vecchi legami locali e comunitari, con la liquidazione dei vecchi usi e del diritto consuetudinario, il risultato più significativo ottenuto è stato soprattutto l’inebriante delirio per il nuovo inizio. Nel quale nessun altro intento, per quanto ambizioso, sembrava trascendere la capacità umana di pensare, scoprire, inventare, progettare ed agire.
Perciò, anche se la società felice, cioè una società di uomini felici, non poteva certo essere ritenuta dietro l’angolo, il suo arrivo imminente veniva preconizzato sui tavoli da disegno di molti uomini. Tanto di ingegno, quanto sognatori. Naturalmente, il profilo di questo abbozzo trovò poi, come spesso capita, la sola interpretazione pratica soprattutto nei posti di comando di pochi uomini di azione e di potere. In ogni caso, l’obiettivo al quale gli uni e gli altri hanno dedicato i loro sforzi è stato quello della costruzione di un “nuovo ordine”. Al punto che, l’appena scoperta maggiore libertà di agire veniva dispiegata appieno nel tentativo di prefigurare l’ordinata routine del futuro. Niente andava lasciato al proprio volubile ed imprevedibile corso. Alla contingenza ed alla casualità. Niente andava preservato nella forma preesistente. A maggior ragione se tale forma poteva essere migliorata e resa più utile ed efficiente. Ovviamente il “nuovo ordine”, in cui tutte le finalità venivano integrate, in cui i relitti della passata sorte avversa, i naufraghi abbandonati alla deriva sarebbero stati finalmente portati in salvo, veniva presentato come: solido, massiccio, scavato nella pietra, o (in omaggio all’accumulo delle innovazioni tecnologiche) fuso nell’acciaio. In poche parole destinato a durare.
In questo fervore edificatorio (a differenza del passato dove la grandezza, la maestosità era riservata solo alle cattedrali) grande era bello. Grande era razionale. Grande era sinonimo di potere, ambizione, coraggio. Non a caso il sito di costruzione del nuovo ordine industriale veniva costellato da monumenti a quel potere ed a quell’ambizione. Monumenti che potevano essere o meno indistruttibili. Ma certamente costruiti per apparire tali. Fabbriche gigantesche riempiete da pesanti macchinari, da moltitudini di operai, con disponibilità di dense reti di canali, ponti e reti ferroviarie, apparivano simili agli antichi templi eretti per sfidare l’eternità. Tali comunque da suscitare l’entusiasmo eterno degli ammiratori.
E’ facile capire quindi perché la modernità propria dello sviluppo industriale abbia coinciso con l’epoca dei grandi capitalisti. Ed anche perché essa sia stata costruita sul legame tra capitale e lavoro, fortificato dalla reciprocità della loro dipendenza. In effetti, la sopravvivenza dei lavoratori dipendeva dall’avere un lavoro. A sua volta la accumulazione e riproduzione del capitale dipendeva dalla capacità di impiegare mano d’opera. Per di più, il loro punto di incontro aveva un indirizzo stabile. Anche perché nessuno dei due poteva trasferirsi facilmente altrove. Per questo motivo le massicce mura delle fabbriche stringevano i partner in una sorta di prigione comune. Lo stabilimento era la casa di entrambi ed, al contempo, il campo di battaglia per una guerra di trincea.
Ad obbligare al faccia a faccia capitale e lavoro ed a legarli in qualche modo l’uno all’altro era la necessità di trovare una conciliazione nella compravendita. Una transazione nella quale i proprietari del capitale dovevano essere costantemente in grado di comprare lavoro ed i proprietari del lavoro dovevano essere disponibili e stare all’erta. Cercare cioè di essere possibilmente sani, forti ed in condizione da non scoraggiare i potenziali acquirenti. Ciascuna parte aveva i propri interessi nel tenere l’altra in buona forma. Non sorprende quindi che, in quella stagione, la “mercificazione” del capitale e del lavoro sia diventata la principale funzione e preoccupazione della politica e quindi dello Stato. Questi era infatti chiamato a provvedere a che i capitalisti fossero in grado di acquistare il lavoro e pagare il prezzo stabilito e che i lavoratori fossero alfabetizzati ed in relativa forma fisica. Pronti ad essere impiegati tutte le volte che se ne sarebbe manifestata la necessità. Perciò lo Stato assistenziale, vale a dire uno Stato dedito appunto ad assolvere questa funzione, serviva tanto alle aziende che ai lavoratori. Perché si trattava di un sostegno senza il quale né il capitale né il lavoro avrebbero potuto restare vivi e tanto meno crescere.
Naturalmente all’inizio alcuni considerarono lo “Stato Sociale” una misura temporanea. Destinata a sparire una volta che l’assicurazione collettiva contro le disgrazie avesse reso l’assicurato abbastanza audace e dotato di risorse da sviluppare appieno il proprio potenziale. O anche di trovare il coraggio di affrontare i rischi necessari per riuscire a reggere sulle sue gambe. Osservatori più scettici hanno invece visto nello Stato sociale un servizio sanitario finanziato e gestito collettivamente. Una operazione igienico-sanitaria da portare avanti almeno fino a quando l’iniziativa capitalista avesse continuato a generare spreco di risorse umane e sociali. Spreco che però questa non aveva le intenzioni, ed in alcuni casi nemmeno i mezzi, per riciclare. Il che significava per un lungo tempo. Tuttavia tutti (più o meno) concordavano sul fatto che lo Stato assistenziale fosse uno strumento volto a fronteggiare le anomalie. Ad evitare cioè le deviazioni dalla norma. Impegnandosi ad alleviarne le conseguenze qualora queste si fossero verificate. In effetti la concezione mai contestata, se non da minoranze eccentriche ed irrilevanti, era di favorire un funzionale rapporto reciproco tra capitale lavoro. Cercando di risolvere le più importanti e fastidiose questioni sociali che potevano insorgere nell’ambito di tale rapporto.
In questo contesto l’aspetto da tenere presente è che l’orizzonte temporale nella fase del capitalismo industriale era quello di lungo periodo. Per i lavoratori tale orizzonte derivava dalla prospettiva di un impiego a vita nella stessa azienda.
Azienda che, seppure non considerata immortale, poteva comunque contare su un ciclo vitale stimato in generazioni. Per i capitalisti il “gioiello di famiglia”, destinato a durare oltre l’arco di vita dei suoi stessi fondatori, era incarnato soprattutto dalle fabbriche che venivano costruite e che entravano nell’asse ereditario, insieme al resto del patrimonio personale accumulato. Per farla breve: la mentalità “a lungo termine” nasceva dall’esperienza comune. Cioè dalla constatazione che i destini di chi comprava e di chi vendeva il lavoro fossero strettamente ed inseparabilmente interconnessi. E poiché si riteneva che lo sarebbero rimasti per lunghissimo tempo, diventava realistico ritenere che elaborare un modo di coabitazione sopportabile fosse “nell’interesse di tutti”. Come, in definitiva, lo era la negoziazione di regole di convivenza civile tra gli inquilini di uno stesso stabile. Naturalmente, perché quella esperienza riuscisse a mettere robuste radici è stato necessario un discreto lasso di tempo. Secondo alcuni storici, solo dopo la seconda guerra mondiale, l’originario disordine del capitalismo ha potuto essere sostituito (almeno nelle economie più avanzate) da grandi aziende, forti sindacati, serie garanzie dello Stato sociale. Che, messe insieme, hanno costituito un fattore di sufficiente relativa stabilità.
Relativa stabilità che non escludeva certo una continua dialettica e la conseguente conflittualità. Che, a sua volta, era resa possibile e persino “funzionale” dal fatto che, nel bene e nel male, gli antagonisti erano consapevoli di essere legati gli uni agli altri da reciproca dipendenza. In effetti, gli scontri anche aspri, le prove di forza ed i susseguenti negoziati, in una certa misura, hanno rafforzato le due controparti. Per la semplice ragione che nessuna di esse poteva permettersi di andarsene per la propria strada. Entrambe sapevano infatti che la loro sopravvivenza dipendeva dalla capacità di trovare un compromesso. Cioè soluzioni accettabili per tutti. Questo spiega perché, fin tanto si è ritenuto che quel reciproco stare insieme era destinato a durare, le regole di integrazione-coabitazione siano state il centro di intensi negoziati. A volte di acrimonia, scontri e rese dei conti. Altre volte di tregue e di compromessi. Questa dinamica, seppure tra alti e bassi, ha comunque consentito ai sindacati di trasformare l’impotenza dei singoli lavoratori in un potere di contrattazione collettivo. E di battersi, con alterni successi, per correggere normative penalizzanti i diritti dei lavoratori e per contrastare la pretesa libertà di manovra dei datori di lavoro nella determinazione delle condizioni di lavoro e dei trattamenti retributivi.
Oggi, questa situazione è radicalmente mutata. Il principale ingrediente del processo di cambiamento in atto è infatti la nuova mentalità a “breve termine”. Che ha sostituito quella precedente a “lungo termine”. Così sta avvenendo nel campo del lavoro, come in tanti altri aspetti della vita sociale. Persino i matrimoni “finché morte non ci separi” tendono ad andare fuori moda. Tra le nuove generazioni incominciano infatti a risultare una rarità. E’ infatti in diminuzione il numero di coppie impegnate a tenersi compagnia per sempre. Non stupisce quindi che la stessa sorte si sia riflessa anche sul lavoro.
Secondo stime recenti, un giovane americano, con un livello di istruzione medio, si aspetta di cambiare lavoro almeno 11 volte nel corso della sua vita lavorativa. Con ogni probabilità questa frequenza è destinata a crescere prima che il ciclo lavorativo dell’attuale generazione sia terminato. Non a caso, “flessibilità” è diventata la parola d’ordine più gettonata. E quando essa viene applicata al mercato del lavoro preannuncia la fine del lavoro come è stato inteso e vissuto dalle generazioni precedenti. In concreto essa annuncia l’avvento del lavoro, intermittente, con contratti a termine, falsamente autonomo, privo di qualsiasi sicurezza, regolato fondamentalmente dalla clausola “fino ad ulteriori comunicazioni”. La vita lavorativa è perciò sempre più caratterizzata dall’insicurezza.
Si può ovviamente cercare di minimizzare questo stato di cose osservando che la storia dell’umanità è stata largamente costruita sull’incertezza. Non ci sarebbe quindi nulla di radicalmente nuovo. In una certa misura questo può essere vero. Tuttavia non si può non rendersi conto che l’incertezza odierna è di tipo completamente nuovo. I costi umani, i tipi di disastri che possono rovinare la vita di una persona, non sono della specie che si può contrastare, respingere, alleandosi con altri che si trovavo nella medesima condizione. Cioè cercando di unire le forze e di adottare misure concordate ed appropriate, con il proposito di neutralizzare le conseguenze più insopportabili. Anche perché oggi i peggiori disastri colpiscono per lo più alla cieca. Tant’è vero che le loro vittime sono spesso il frutto di una logica incomprensibile. Non a caso non sembra esistere alcun modo concreto per prevedere chi sarà condannato e chi invece si salverà. Questo spiega perché l’odierna insicurezza spinge in modo irrefrenabile all’individualizzazione. La ragione è semplice: essa divide, anziché unire. E proprio perché non è possibile sapere chi domani si sveglierà in una situazione insopportabile, l’idea di “interessi comuni” diventa sempre più nebulosa. Tende a perdere significati concreti, percettibili. La periodica esplosione di proteste e ribellioni da parte di questa o quella categoria, di questa o quella corporazione (in difesa di interessi particolari) non cambia assolutamente i termini della situazione del lavoro dipendente.
Perciò, per il lavoro paure, ansie, afflizioni di quest’epoca sono diventate situazioni che si vivono sempre di più in solitudine. Esse non riescono infatti a sommarsi, a cumularsi in una causa comune capace di correggere il corso delle cose. Questo depriva la politica solidaristica, che tanto ha contribuito al miglioramento delle condizioni dei lavoratori, di gran parte della sua capacità di aggregazione e di mobilitazione. Ma, con il venire meno del pilastro della solidarietà fondato sulla convinzione di un destino condiviso, il rischio è quello che prenda piede un disincanto che va di pari passo con la delusione e persino la sfiducia circa l’esistenza e la possibilità di soluzioni democratiche ai problemi.
In ogni caso, il dato con cui ci si deve confrontare è che la società industriale, quale l’avevamo conosciuta nel secolo scorso, ha ormai concluso la sua parabola. Con la sua estinzione anche lo stesso concetto di lavoro oggi assume un significato profondamente diverso dal passato. Le ragioni di questa trasmutazione sono molteplici e chiamano in causa diversi fattori. Compresa l’antropologia culturale. Ma, volendo rimanere ai semplici elementi di fatto, uno dei motivi di fondo del cambiamento in atto é che siamo passati dalla “società dei produttori” (nella quale i profitti derivavano in primo luogo dalla quantità di lavoro dipendente impiegato), alla società dei “consumatori” (nella quale i profitti vengono invece soprattutto dallo sfruttamento dei desideri dei consumatori). In sostanza è intervenuto un mutamento radicale nel modo di essere della maggior parte delle imprese. La cui funzione è sempre meno quella di rispondere a domande reali, quanto piuttosto quella di suscitare desideri.
Detto altrimenti, una delle novità con le quali siamo alle prese, consiste nel fatto che mentre la società industriale funzionava sulla base del presupposto che l’offerta doveva corrispondere ad una domanda reale, ora si ritiene invece che sia compito dell’offerta suscitare la domanda. E questo rovesciamento, questa filosofia di business, viene applicata a qualsiasi cosa venga prodotta. Dai beni di consumo, come da quelli finanziari. I prestiti perciò non fanno eccezione. Al punto che la società dei “consumatori”, nel giro di pochissimi decenni, si è trasformata nella società dei “debitori”. Infatti, fino alla esplosione della crisi finanziaria, l’offerta di credito serviva anche a creare ulteriore bisogno (e domanda) di credito. Poco importa se per fare speculazioni, od acquisti a rate di beni anche oltre le proprie disponibilità di reddito. Il risultato comunque è stato che la formazione prima e lo scoppio della “bolla” finanziaria poi sono state il prodotto di questa dinamica.
Agli aspetti derivanti dai cambiamenti intervenuti sul piano economico e sociale, si è aggiunto lo sconquasso provocato dalle scelte scriteriate della politica. Che, per quasi un trentennio, è stata ottenebrata da una sbornia ideologica fondata sul “liberismo” e sulla “deregolazione economica e finanziaria”. Quelle scelte dissennate ed avventuriste hanno pesantemente influito, tra l’altro, sul conto salato che siamo ora chiamati a pagare. Conto che include le conseguenze sia del “lavoro che cambia” che del “lavoro che manca”. Ci ritroviamo quindi nella situazione che Hannah Arendt aveva previsto già mezzo secolo fa. Con la formula profetica: “Alla società del lavoro viene a mancare il lavoro”. Nel senso tanto del significato, che della quantità del lavoro disponibile. Per altro, la Arendt interpretava giustamente questo sviluppo come una sorta di ironia della storia. Ironia riconducibile al fatto che nel più lontano passato nella società occidentale al lavoro era riconosciuto un valore minimo. In quanto gli si preferivano un mucchio di altre attività considerate più utili e sensate. Come: l’agire politico, la creazione artistica, o la produzione artigianale. Con le quali, oltre tutto, potevano essere creati valori ed oggetti destinati a durare. Mentre, dopo che il lavoro dipendente ha incominciato ad assumere un significato preminente in termini di appartenenza di identità, esso ha anche iniziato a diventare più rarefatto. Sia in termini di significato che di possibilità concrete di accedervi. Per di più con il passaggio dalla società “solida” a quella “liquida” (secondo la definizione di Zygmunt Bauman), con la cultura dell’ “usa e getta”, il lavoro ha cominciato a cancellare immediatamente sé stesso nel consumo del proprio prodotto. E, poiché il lavoro dipendente ha iniziato a diradarsi (basti pensare ai tanti che vorrebbe lavorare, ma non riescono a trovarlo), la “società del lavoro” non ha più saputo che fare di sé stessa. Questo spiega perché la “società del lavoro stabile e retribuito”, predicata e promessa nel secolo scorso, sia diventata sempre meno credibile. E’ diventata meno verosimile per la decisiva ragione che il lavoro “stabile e retribuito” è da tempo in continua ed inesorabile decrescita.
Malgrado i cosiddetti esperti del “palazzo” rimangano inclini a sostenere il contrario, si può ritenere che ci si sia ormai incamminati verso la fine della società della “piena occupazione”. Quanto meno intesa nel senso classico. Vale a dire quella auspicata e garantita nella seconda metà del secolo scorso. In particolare nei i paesi occidentali. In effetti, nella cultura politica e sociale di quegli anni, il principio ed il significato di “piena occupazione” coincideva sostanzialmente con “lavoro normale”, “stabile”. Stabilità che consentiva ad ognuno di apprendere e praticare un mestiere. Sia manuale che intellettuale. Con la ragionevole speranza di poterlo effettuare per tutta la vita. O, tutt’al più, con la probabilità di cambiarlo al massimo un paio di volte. Il che gli avrebbe comunque garantito, assieme alla realizzazione di sé stesso, le condizioni materiali dell’esistenza. Non esclusa una plausibile speranza di miglioramento nel futuro.
Ora il lavoratore si ritrova invece in una condizione totalmente diversa. Perché quella modalità di occupazione è stata completamente rivoluzionata: dal nomadismo del capitale e dalla sedentarietà del lavoro, dalla tecnologia informatica, dalla globalizzazione, dalla frammentazione del mercato del lavoro. Una delle principali conseguenze è che il lavoro si è flessibilizzato, spezzettato, nelle sue dimensioni: spaziali, temporali, contrattuali. Si assiste così al dilagare del lavoro intermittente, precario, falsamente autonomo, a tempo determinato. A volte persino senza alcun contratto. Posto cioè nella zona grigia del lavoro informale. Crescono infatti i “lavoretti”. Quelli di poche centinaia di euro al mese. Lavoretti che si stanno diffondendo a macchia d’olio. E non solo in settori, come l’agricoltura o alcuni ambiti dei servizi, in cui può essere richiesta una bassa qualificazione.
La diffusione di queste forme di attività mettono quindi radicalmente in discussione il principio centrale al quale l’idea della “piena occupazione”, perseguita nel corso della società industriale, era legata. Essa includeva infatti una relativa sicurezza per le persone, inclusa la possibilità di progettare la propria vita. Questa rottura ha contribuito in maniera significativa al mutamento della natura e del significato del lavoro dipendente. Tanto nella sfera individuale, che in quella sociale. Al punto che il termine “arrabattarsi” può risultare persino più adatto a caratterizzare la mutata sostanza del lavoro. Sia perché, valutato realisticamente e nei suoi termini attuali, lo sfronda dal mito di riscatto universale per il genere umano e da quello non meno grandioso di una vocazione lunga una vita. Poi perché, liberato dai suoi orpelli escatologici e recise le sue radici metafisiche, il lavoro ha definitivamente perso la centralità attribuitagli all’epoca della società e del capitalismo industriale. Proprio questa evoluzione lo rende sempre meno in grado di offrire il perno intorno al quale legare la definizione di sé. La propria identità, i propri progetti di vita: individuale, famigliare e sociale. Naturalmente il risultato di questo mutamento rende anche sempre più difficile immaginarlo nel ruolo di fondamento etico della società. O di asse etico della vita individuale. Malgrado l’uno e l’altro aspetto continuino a restare preminenti nella retorica del discorso pubblico sul lavoro e nella letteratura sul tema.
Considerati i termini reali dell’evoluzione in atto, non sorprende affatto quindi che per molti, inclusa soprattutto una buona parte di giovani, il lavoro abbia acquisito (insieme ad altre attività della vita) un significato principalmente estetico. Essi si aspettano infatti che possa essere gratificante di per sé. Anziché essere valutato in base agli effetti reali o presunti che può arrecare al prossimo, allo sviluppo del paese. Per non parlare di felicità delle generazioni successive. D’altra parte, solo pochissime persone e solo assai di rado, possono vantare il privilegio, il prestigio, l’onore, di svolgere un lavoro importante e vantaggioso per l’intera comunità. Oltre tutto, sempre più raramente ci si può attendere che il lavoro (che nella maggior parte dei casi è appunto spezzettato, frantumato, privo di significati percettibili) “nobiliti” chi lo esercita. Lo renda cioè una persona migliore. Tant’è vero che piuttosto infrequentemente c’è chi può essere ammirato ed elogiato per tale motivo. Mentre, sempre più spesso, molti misurano e valutano il lavoro soprattutto in base alla capacità di “intrattenere e divertire”. Di “soddisfare”. Non tanto la vocazione etica del produttore, quanto i bisogni estetici del consumatore. In particolare di chi cerca sensazioni e colleziona esperienze. Resta il fatto che poiché i lavori creativi e gratificanti per chi li svolge sono piuttosto rari, in molte persone tende a crescere la delusione, l’insoddisfazione, la frustrazione. Sia per il lavoro che manca, che per la qualità del lavoro effettivamente disponibile.
Non sorprende perciò più di tanto che in una conferenza sul significato del lavoro esso sia stato definito da un giovane come “quella cosa che preferiremmo non fare”. In effetti, a dispetto di quanti sostengono di amare il proprio lavoro, questa definizione negativa appare la più aderente ai sentimenti di gran parte dei lavoratori. Per lo meno della maggioranza di chi ogni mattina è costretto ad abbandonare di malavoglia il letto. Osserva nello specchio con rassegnazione le proprie borse sotto gli occhi. Si scaraventa fuori dalla porta di casa. Mugugna frustrato ad ogni ingorgo. Oppure è costretto a lottare per un posto su un treno dei pendolari sporco, sovraffollato, e quasi sempre in ritardo. Poi per riuscire a prendere posto su un autobus. Questa descrizione della vita quotidiana calza probabilmente a pennello per coloro che, nel corso della giornata, rivolgono sguardi speranzosi alla lancetta dei minuti che avanza, lenta ma inesorabile verso l’ora d’uscita. Per coloro che temono l’arrivo alle spalle del capo. Per coloro, e sono probabilmente la maggioranza, che si ritrovano a compiere una lavoro parcellizzato, ripetitivo, assolutamente privo di senso.
Sappiamo bene che questa rappresentazione, per quanto realistica, non trova nessun riscontro nella retorica sul lavoro che dilaga nel dibattito pubblico. Non trova riscontro nella sua enfasi etico-epica. Questo cosa significa? Che rispetto alle sensazioni, ai sentimenti veri delle persone il problema è inutilmente amplificato? Assolutamente no. Per almeno un duplice ordine di ragioni. La prima è che, malgrado tante cose siano cambiate e stiano cambiando, incluso: la cultura del lavoro, il rapporto tra l’uomo ed il lavoro, l’organizzazione e la qualità del lavoro, il lavoro (anche nella società contemporanea) continua a restare un elemento essenziale per la definizione di sé. Della la propria identità. Infatti nei rapporti sociali continuiamo ad “essere” anche in rapporto a ciò che facciamo. A cominciare dal fatto che abbiamo o non abbiamo un lavoro. Anche perché esso rimane un elemento insostituibile per il proprio reddito e per i propri progetti di vita. Naturalmente essere senza lavoro non significa morire necessariamente di fame. Come spesso capitava invece alle generazioni precedenti. Ma significa sempre sentirsi personalmente e socialmente esclusi. Il che spiega perché, nelle purtroppo sempre maggiori situazioni di chiusure di imprese, i lavoratori coinvolti esprimano tutta la loro angoscia, il loro sconforto. Che, in alcuni casi, arriva fino ad ipotizzare gesti disperati. Soprattutto quando le persone implicate non riescono più ad immaginare come fare fronte alla sequela di disavventure che possono ricadere sulla propria vita e su quella dei propri famigliari.
Collegata a questa, ed è la seconda ragione, la perdita e la mancanza del lavoro ha effetti disastrosi sul tessuto democratico di un paese. Purtroppo questo aspetto non viene normalmente discusso con la necessaria consapevolezza. Infatti, come ha spiegato largamente e chiaramente Ulrich Beck, il lavoro retribuito è la precondizione perché una democrazia possa essere vitale. In fin dei conti le sicurezze sociali, compresa una relativa assicurazione per i rischi del mercato del lavoro, sono il presupposto perché i diritti e le libertà politiche diventino una realtà effettiva. D’altra parte la società del lavoro (che in Italia è sancita niente meno che nel primo articolo della Costituzione) presuppone il lavoro e, dunque, cittadini lavoratori. Ed il “cittadino lavoratore” è colui che, da un lato, cerca di costruire condizioni di vita accettabili per sé e per la sua famiglia. Dall’altro, partecipa alla vita politica e democratica con l’intento di rendere praticabili speranze condivise. Da questo punto di vista non si sottolineerà mai abbastanza che lo Stato Sociale non è soltanto una assicurazione contro i rischi del mercato del lavoro. Ma è la pietra angolare della democrazia. Perché se una persona non ha un lavoro e quindi un reddito, non ha un tetto sulla testa, non può vestire e nutrire adeguatamente i suoi figli, è piuttosto difficile aspettarsi che possa impegnarsi attivamente come cittadino.
Quindi, malgrado tutti i cambiamenti intervenuti, il lavoro resta la questione cruciale del nostro tempo. Lo è per la maggior parte dei paesi europei ed occidentali. Lo è in termini particolarmente seri per l’Italia. Per rendersene conto non c’è alcun bisogno di analisi dettagliate. E’ sufficiente prendere atto che l’Italia ha il più basso tasso di attività (cioè persone occupate sul totale delle persone in età di lavoro) rispetto a tutti i paesi industrializzati. Che ci sono due milioni di giovani (il 22,1 per cento del totale) che non studiano e non lavorano. Molti hanno anche smesso di cercare un lavoro perché, dopo numerosi tentativi infruttuosi, si sono ormai convinti di non riuscire a trovarlo. Nell’Europa a 27 solo la Bulgaria sta peggio di noi. Se i giovani sono scoraggiati i disoccupati non sono da meno. Perché perso un lavoro, per trovarne un altro devono attendere mesi e mesi. Per gli ultracinquantenni disoccupati trovare un nuovo posto equivale quasi sempre ad un miraggio. In Italia, certifica l’Istat, la disoccupazione di lunga durata sta aumentando ad un ritmo assai preoccupante. Oltre il 48,5 per cento dei senza lavoro resta tale per più di un anno e, non di rado, per più anni. Al dramma del lavoro che non c’è, informa sempre l’Istat, va aggiunto quello del lavoro nero. La quota di lavoro irregolare è infatti pari al 12,3 per cento. Se si guarda al Sud, un occupato su cinque è fuori da ogni regola. Uno su quattro, se si limita l’analisi alla agricoltura. L’economia sommersa viene stimata al 17 per cento del Pil. Quota che arriva al 20 per cento se non si tiene conto della Pubblica amministrazione. Comparto nel quale non c’è (o non ci dovrebbe essere) lavoro nero. In altri settori, come alberghi, pubblici servizi (in particolare bar), assistenza alla persona (badanti, lezioni private, custodia di bambini), il sommerso arriva al 57 per cento.
A questo quadro già desolante sono utili un paio di aggiunte. La prima consiste nel ricatto intollerabile della pratica delle “dimissioni in bianco”. Accade nei cantieri, nei negozi, nei centri commerciali, nelle botteghe artigiane, nelle imprese. Tra le ricamatrici di abiti da sposa di Barletta, come tra gli operai metalmeccanici di Terni. Nelle aziende in crisi, come in quelle sane. Dove ci sono 10 dipendenti, ma anche 50, od alcune centinaia. Al Sud come al Nord. Si tratta di una delle piaghe più occultate ed invisibili del mercato del lavoro in Italia. La clausola nascosta del 15 per cento dei contratti a tempo indeterminato. Un ricatto che colpisce quasi due milioni di dipendenti. In gran parte donne. La trappola è semplice da mettere in atto. Al momento dell’assunzione al dipendente viene fatta firmare una lettera di dimissioni senza data. Quindi in qualunque momento può essere obbligato dal datore di lavoro ad andarsene. Se la procedura è facile, le conseguenze sono invece disastrose. Perché si tratta apparentemente di dimissioni e non di licenziamento. Perciò una volta fuori, il lavoratore non gode di nessun ammortizzatore sociale. Si ritrova quindi senza lavoro e senza nessun sostegno. Solo con sé stesso.
La seconda riguarda i contratti atipici. Alcuni anni fa nel dibattito politico si era fatta strada la convinzione che il modesto tasso di attività del’Italia andasse imputato, più che alla mancanza di domanda di lavoro, alla rigidità delle forme di rapporto di lavoro. Perciò, sull’onda della moda irrefrenabile a favore della “flessibilità”, il legislatore ha provveduto a moltiplicare le tipologie contrattuali. Il risultato di tale fervore è stata la creazione di 46 tipi di contratti diversi. In realtà sul numero c’è una piccola controversia. Le 46 tipologie censite dalla Cgil, diventano 19 per la Confindustria e 26 per il Consulenti del lavoro. Dietro queste differenze c’è semplicemente il fatto che Confindustria e Consulenti accorpano in un’unica voce diversi tipi di contratto che essi considerano analoghi. Mentre la Cgil elenca puntigliosamente ed analiticamente tutte le varianti contrattuali. Tuttavia, a parte questa disputa, tutti si dicono invece d’accordo sul fatto che di forme possibili di rapporti ce ne siano troppe. Anche per la buona ragione che quelle effettivamente utilizzate effettivamente sono molto poche.
Non è quindi da escludere che il buon senso porti ad uno sfrondamento. L’unica cosa certa infatti è che da questa proliferazione non è cresciuta (come per altro molti avevano preannunciato e verosimilmente si attendevano) il numero degli impieghi, quanto piuttosto l’espansione: del lavoro a tempo, parasubordinato, intermittente. In una parola del lavoro incerto, insicuro, precario. Che infatti ha ormai raggiunto e superato i 4,5 milioni di unità. Il che significa che per tutte queste persone, o la maggior parte di loro, è impossibile fare ragionevoli progetti di vita. Come sposarsi, fare figli. Non occorre un particolare intuito per capire che le conseguenze di questo sviluppo non riguardano solo il destino degli interessati, ma l’intera comunità. Sia per le dinamiche sociali che una tale situazione determina, che per le stesse prospettive democratiche dell’intero paese.
Stando così le cose ci si dovrebbe aspettare che le forze politiche e sociali siano mosse dall’assillo irrefrenabile di misurarsi con i termini reali della questione. Che fondamentalmente è quella di aumentare l’occupazione. Di questo però, allo stato, non si vedono decisioni credibili e misure convincenti. Infatti non si va oltre gli auspici ed i propositi di un generico impegno a favore della crescita. Impegno che dovrebbe portare a maggiori investimenti ed a maggiore occupazione. Purtroppo però i pronostici restano tutti sfavorevoli. Secondo l’Ocse infatti l’economia italiana rimarrà in recessione. Tanto nel 2012, che nel 2013. Poi si vedrà. Non è difficile capire che, con questi lumi di luna, è assolutamente improbabile che il lavoro possa aumentare. Se ne dovrebbe quindi trarre la necessaria conclusione. Infatti, se l’occupazione è una vera priorità del paese, la cui soluzione non può essere procrastinata ad un futuribile arrivo di “anni di vacche grasse” (o perlomeno non altrettanto magre di quelle attuali), non c’è altra strada che mettere mano ad redistribuzione del lavoro esistente. Tanto più che il punto, dal quale ogni discussione concreta sul tema non può che partire, è che nelle condizioni attuali, il lavoro effettivamente disponibile non è sufficiente per tutti coloro che vorrebbero lavorare. Quindi, per cambiare davvero la situazione non c’è altra strada che quella di una riduzione degli orari, in funzione di una diversa ripartizione del lavoro. Esattamente come si fa (nel caso dell’Italia sarebbe meglio dire si dovrebbe fare) per il reddito. La sola differenza tra le diseguaglianze nella distribuzione del reddito e le ineguaglianze nella distribuzione del lavoro è: che le prime deprimono soprattutto la crescita, le seconde fanno deperire anche la democrazia. Naturalmente si può e si deve discutere la durata delle misure di ripartizione del lavoro, le modalità di attuazione, le condizioni per renderle praticabili. Quel che è certo è che, se si considera irrinunciabile l’aumento dell’occupazione, il tema non può essere eluso.
Tanto meno aggirato con l’invenzione di questioni estemporanee. Come quelle relative alla disputa sull’articolo 18 dello Statuto.
Che, con l’aumento della occupazione, non hanno nessun rapporto. Né diretto, né indiretto. Si tratta infatti semplicemente di un maldestro tentativo di parlare d’altro. Situazione che ricorda quella del Concilio di Costantinopoli. Dove, con Solimano alle porte, i padri conciliari si infervoravano (si dividevano) in una incredibile diatriba sul “sesso degli angeli”. Sarebbe perciò lecito sperare che, avendo già l’Italia un buon numero di problemi seri e veri, non venga assecondato il tentativo di aggiungervene anche di puramente immaginari.( segue)
Pierre Carniti

1/31/2012

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