Globalizzazione e diseguaglianza (1)
di Pierre Carniti
1-La diseguaglianza
Non viviamo in un mondo giusto. Per di più non esistono istituzioni e progetti politici sufficientemente condivisi in grado di porvi rimedio. Persino sulla questione più dibattuta degli ultimi tempi: quella dei debiti sovrani, le diseguaglianze stanno diventando allarmanti. Non c’è bisogno delle parabole francescane e nemmeno della retorica del libro Cuore per rendersi conto che i poveri si comportano meglio dei ricchi. Basta dare una occhiata agli studi del Fondo Monetario Internazionale e prendere in considerazione la spaventosa somma del debito mondiale: quasi 40 mila miliardi di euro. Una fortuna immensa e pesantissima. Eppure inesistente. Dato che si tratta di soldi spesi, ma non disponibili. Il dato che balza agli occhi è che l’84 per cento del debito l’hanno contratto i paesi industrializzati. Vale a dire Europa, Stati Uniti e Giappone. Posti dove il debito raggiunge e supera quasi sempre il 100 per cento del Pil. In Africa, in Asia ed in altri paesi ai margini della ricchezza mondiale, invece il debito pubblico ammonta a circa un terzo del Pil (33 per cento). In soldoni i poveri hanno qualche chance di pagare i loro debiti. I ricchi no. Per lo meno non tutti. Eppure nel 2007 questo straordinario debito mondiale ammontava alla metà. Ciò significa che in particolare gli Stati ricchi hanno raddoppiato il ricorso al credito in pochissimi anni. Innescando una spirale che ora non si sa bene come bloccare. Cosa ha portato a questa situazione? Semplice. In primo luogo l’uso di ingenti risorse pubbliche per “socializzare le perdite” di chi aveva attivato la più gigantesca ed irresponsabile speculazione, salvando banche ed intermediari finanziari che su quei traffici avevano realizzato enormi profitti. Poi la convinzione di poter comunque contare su una crescita ininterrotta e costante, attraverso l’accaparramento del grosso delle risorse naturali esauribili e senza nessuna remora per le conseguenze in termini di inquinamento e cambiamento climatico.
Per riuscire a farvi fronte tutti hanno contratto nuovi debiti (in proposito la parola magica è: “rifinanziamento”) per pagare i debiti precedenti. Risultato: quando la crisi finanziaria è diventata (come c’era da aspettarsi) crisi dell’economia reale il meccanismo si è inceppato ed ora il problema non più è solo quello del debito accumulato, ma ad esso si somma quello dell’interesse sul debito, in un quadro di crescita rallentata e per alcuni addirittura negativa. Basti pensare che l’Italia spende per i soli interessi l’11 per cento delle sue entrate fiscali. La media europea è del 6,7 per cento. Che già non sarebbe poco. Naturalmente avere dietro il debito uno Stato forte, capace di difendere la propria moneta non è un dettaglio. Lo dimostrano assai bene il Giappone (dove il rapporto tra debito e Pil è il più alto del mondo, addirittura il 233 per cento) e gli Stati Uniti (110 per cento). Mentre soffre moltissimo l’Unione Europea (88,6 per cento), dove la moneta unica deve fare i conti con oltre una ventina di piccole economie nazionali, legislazioni, politiche fiscali, sistemi bancari, sistemi politici tendenzialmente autarchici. Nel 2012 tra debiti statali e debiti bancari, l’Europa dovrà cavare dal portafoglio la bellezza di 1.900 miliardi. Che non ci sono. Perché chi ha la bilancia dei pagamenti in attivo non è disponibile a metterceli e chi l’ha invece in passivo non sa dove trovarli. Questo spiega perché l’Euro e l’Europa sono seriamente a rischio di implosione.
Per affrontare, con qualche possibilità di successo i nuovi problemi servirebbero istituzioni e progetti politici all’altezza delle sfide. Così come servirebbe una cultura politica sufficientemente persuasiva per dare una risposta alla questione della “giustizia globale”. Con la grande trasformazione geopolitica, seguita al collasso dell’edificio del socialismo reale nella sua versione sovietica e la fine della guerra fredda, nell’ultima manciata di anni del secolo scorso, il dibattito politico culturale ha messo in luce il bisogno di una teoria della giustizia globale. Una teoria in grado di rispondere alla domanda di “un mondo più giusto”. Fondato cioè sul rispetto della libertà, la democrazia, i diritti umani, il miglioramento delle condizioni di vita, la riduzione delle diseguaglianze. In buona sostanza capace di misurarsi concretamente con l’ingiustizia della terra. Questa necessità è rimasta però irrisolta. Sia sul piano della dottrina che, ed ancora di più, sul terreno della pratica politica. Sul piano teorico, perché è tutt’altro che chiaro che cosa la giustizia significhi su scala mondiale e poi che cosa la speranza di giustizia ci dovrebbe indurre a volere nella sfera delle istituzioni internazionali o globali. Così come per quanto riguarda le condotte politiche degli Stati che sono maggiormente in grado di influire sull’ordine mondiale. Per altro le questioni teoriche e normative sono strettamente connesse ai problemi pratici relativi alla via legittima da intraprendere per arrivare ad un governo del mondo. Tanto più che tale questione riguarda istituzioni che in gran parte non esistono ancora. Mentre, seppure in modo imperfetto e persino sempre più insoddisfacente, lo Stato-nazione rimane tuttora la sede principale di legittimità politica. Questo spiega perché, quando ci troviamo di fronte al proposito od al tentativo di una azione collettiva su scala globale (come hanno cercato di fare: “Occupy Wall Street, la City e tutti i simboli del denaro, il movimento del 99 per cento che si oppone alle ricchezze, ai privilegi, alle stock option dell’1 per cento considerato classe globale, gli “Indignati”, ecc.) non è affatto chiaro se ci sia, o sia ipotizzabile, qualcosa capace di giocare un ruolo paragonabile a quello dello Stato-nazione.
Tenuto conto che questo è lo stato dell’arte non possono essere eluse due questioni cruciali. La prima riguarda la relazione tra giustizia e sovranità. La seconda attiene all’ampiezza ed ai limiti dell’eguaglianza, in quanto richiesta di giustizia. Si tratta di due questioni connesse ed entrambe hanno importanza fondamentale per determinare se si possa anche soltanto dare forme ad un ideale comprensibile di giustizia globale. La questione della giustizia e della sovranità è stata affrontata in modo limpido da Thomas Hobbes nel “Leviatano”. Come è noto, nel suo trattato Hobbes sostiene che, per quanto i veri princìpi della giustizia si possono scoprire anche affidandosi solo al ragionamento morale, la giustizia effettiva non si può raggiungere se non tramite uno Stato sovrano. E poiché l’uomo allo stato di natura ha come fine la propria autoconservazione, ne consegue una inevitabile lotta per la sopravvivenza che comporta la guerra di ciascun uomo contro tutti gli altri (homo homini lupus). Perciò per fare in modo che le relazioni fra esseri umani siano giuste è necessario che ci sia un governo. Allo tempo stesso, ed in base alla medesima considerazione, Hobbes trae la conseguenza che, nel contesto internazionale, i vari sovrani siano inevitabilmente contrapposti fra loro in uno stato di guerra. Dal quale sia la giustizia che l’ingiustizia sono assenti.
A sua volta la questione della giustizia e dell’eguaglianza è stata posta con particolare chiarezza da Rawls (in “Una teoria della giustizia”). Rawls ha sostenuto che i requisiti della giustizia liberale includono una forte componente di eguaglianza fra i cittadini. Quest’ultima, tuttavia, è una richiesta specificatamente politica, applicabile quindi sulla base di una struttura di Stato-nazione (unificato). Non si applica invece alle scelte personali degli individui che vivono nella società in questione. Perché costituiscono preferenze non politiche. Né si applica alle relazioni fra l’una e l’altra società, o fra i membri di società differenti. In sostanza la giustizia egualitaria costituisce un requisito che può essere imposto alla struttura politica, economica e sociale interna agli Stati-nazione e non è invece possibile estendere a contesti diversi, che richiedono criteri differenti. Ne consegue che, quali che siano i princìpi impiegati per stabilire diritti od opportunità eguali nell’ambito nazionale, essi non appaiono applicabili anche alla sfera globale.
Ora, se Hobbes ha ragione, l’idea di una giustizia globale senza un governo mondiale è una chimera, o un miraggio. Se invece avesse ragione Rawls, l’ideale di un mondo giusto dovrebbe o potrebbe al massimo coincidere con un mondo di Stati e società più giuste al loro interno. Per entrambi dunque la possibilità di perseguire una giustizia globale risulta una specie di “fata morgana”. La realtà conferma questo loro scetticismo. In quanto le istituzioni internazionali oggi esistenti (o, forse, persino ipotizzabili in futuro), la cui funzione deriva dal potere delegato da Stati diversi con interessi contrastanti e perciò tendenti alla neutralizzazione reciproca, non sono in grado di darsi e di assolvere ad un tale scopo. Il risultato quindi è che non sussistono le condizioni per un governo mondiale capace di assicurare la giustizia ed in compenso nemmeno le società nazionali non sono risultate (almeno negli ultimi tre decenni) particolarmente impegnate a ridurre le diseguaglianze ed a perseguire una maggiore giustizia al loro interno.
In effetti, mentre si discute (accademicamente) di un “nuovo ordine mondiale” l’ingiustizia continua a dominare il mondo. In proposito è sufficiente ricordare che i 900 milioni di persone privilegiate dalla fortuna di essere nate in Occidente hanno finora beneficiato dell’86 per cento dei consumi mondiali. Inoltre esse consumano il 58 per cento dell’energia mondiale e dispongono di quasi l’80 per cento del reddito mondiale e del 74 per cento di tutte le connessione telefoniche. Al quinto più povero della popolazione (1,2 miliardi di persone) tocca l’1,4 per cento dei consumi globali, il 4 per cento dell’energia e l’1,5 per cento di tutte le connessioni telefoniche. E’ facile capire che i ricchi trovino giusto il loro benessere e tendano difenderlo. Ma come è possibile che i poveri emarginati e dominati possano accettare tutto ciò? Max Weber aveva legato la stabilità del disordine e della diseguaglianza alla questione della legittimazione. Ma quale “fede di legittimità” garantisce l’accettazione, da parte dei poveri e degli esclusi su scala globale, della diseguaglianza della società mondiale? Dove la metà della popolazione (e la maggioranza dei bambini) soffre la fame? Al quinto della popolazione mondiale, al quale le cose vanno peggio (ricordiamo che messi assieme essi hanno meno soldi dell’uomo più ricco del mondo), manca tutto: cibo, acqua potabile ed un tetto sulla testa. Ed allora, cosa rende legittimo e stabile questo “ordine globale” della diseguaglianza?
E’ stato detto e scritto tante volte che queste diseguaglianze sono rese possibili dal fatto che in ogni paese la maggioranza delle persone è tendenzialmente acquiescente, abulica, indolente, apatica. Può darsi sia vero. Tuttavia, a lungo andare il continuo esempio di sregolatezze, di abuso di potere, finisce inevitabilmente per scontrarsi con un sentimento che si trova nell’animo umano. Cioè con il sentimento di giustizia. Probabilmente l’aumento della scolarizzazione aiuta a risvegliarlo. Ma, forse, si tratta di un impulso innato e profondo che, in qualche misura, abbiamo in comune perfino con gli animali. Perché anche tra loro, quanto meno per gli appartenenti ad una stessa specie e gruppo, si manifesta l’interesse alla difesa del territorio e del bene comune (a cominciare dal cibo). Questo spiegherebbe perché nazioni che sembravano assopite, destinate per secoli a subire dittature politiche e religiose, si siano come d’incanto risvegliate ed, a costo della vita di chi si ribella, stiano dimostrando la grande urgenza di libertà e di giustizia che è presente nel cuore delle persone e le rende nobili, malgrado le loro derive di egoismo, di violenza, di brutalità, di furbizie scomposte, di deliri di onnipotenza. Questi risvegli da lunghi (a volte secolari) inverni stupiscono gli osservatori e sorprendono per la velocità del loro contagio. Anche se gli esiti restano incerti, è successo così: dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria, dallo Yemen al Mianmar. Difficile dire quanto la crisi economica e quindi i problemi sociali abbiano pesato sulla sollevazione di quei popoli. Certamente ha avuto un ruolo determinante una strumento tecnologico, di cui forse è stata sottovalutata la potenza: la Rete di comunicazione elettronica. Che ha consentito, come ha osservato acutamente Dacia Maraini, al pensiero ed al sentimento diffuso di “sollevarsi dal basso verso l’alto. Anziché scendere dall’alto verso il basso”. Come succedeva invece per gli altri mezzi di comunicazione di massa, ai quali eravamo inesorabilmente vincolati fino a qualche decennio fa. E’ probabile che la Rete possa dare una spinta ed un supporto alla diffusione della domanda di libertà e di democrazia. Meno probabile che possa risolvere il bisogno di giustizia sociale. Cioè l’effettivo contrasto delle ineguaglianze che sono sotto i nostri occhi: dalle condizioni di povertà e di deprivazione (a cominciare dalla perdita o dalla mancanza di lavoro) alla sofferenza socialmente evitabile che affligge milioni di persone. Perché allo stato questi problemi, in mancanza di istituzioni internazionali legittimate ad affrontarli, possono trovare (quando riescono a trovarla) una qualche soluzione soprattutto nella dimensione nazionale.
La cosa per altro non è semplice. Perché occorre fare i conti con una duplice contraddizione. La prima derivante dalla improvvida scelta ideologica operata nella prima metà degli anni ottanta del secolo scorso (meno Stato, più mercato) che ha portato ad una scriteriata deregolazione dell’economia e della finanza. Contribuendo a trasformare banche ed intermediari finanziari in veri e propri Casinò. Salvo poi, quando questi non sono stati più in grado di coprire le giocate, correre ai ripari riscoprendo il ruolo dello Stato e scongiurare, con denaro pubblico, il loro fallimento. Sicché la “Cernobil economica e finanziaria”, con cui il capitalismo stesso e la maggioranza dei paesi sono ora alle prese (chi più chi meno), è il risultato della dissennata scelta politica fatta allora. In particolare dai paesi anglosassoni. Opzione che, come è noto, venne poi largamente generalizzata (ma forse sarebbe meglio dire imposta) tramite il cosiddetto “Washington consensus”. Prescritto da istituzioni economiche internazionali come: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione per il Commercio Internazionale.
La seconda ha a che fare con la globalizzazione. Che, indipendentemente da ogni altra considerazione, ha cambiato i rapporti sociali anche a livello dei singoli Stati-nazione. Per la ragione fondamentale che, mentre il capitale è diventato globale (e quindi “nomade”), il lavoro è necessariamente rimasto locale (cioè legato al territorio). Questo ha, naturalmente, modificato in modo radicale sia i rapporti di forza a livello sociale che il precedente quadro di riferimento culturale e politico. A questo riguardo può bastare una banale considerazione. La tradizionale concezione della società di classe e del conflitto di classe (particolarmente presente nell’Europa del secolo scorso) presupponeva, malgrado il mito internazionalista, il pieno funzionamento e l’autosufficienza dello Stato nazionale. E comunque l’argomento marxista secondo il quale i lavoratori non conoscono nazione, ammesso che sia mai stato vero, oggi deve essere rovesciato. Sono infatti i capitalisti che operano nella globalizzazione a non conoscere patria. Tant’è vero che i lavoratori ed i sindacati sono sempre più costretti (anche se con sempre minore successo) a chiamare in soccorso il governo del loro paese nella labile speranza che possa in qualche modo difenderli dalle ingiustizie della globalizzazione. A cominciare dalle sempre più frequenti delocalizzazioni delle produzioni con relativa perdita di lavoro.
Resta il fatto che la follia delle “deregulation”, adottate sulla base del convincimento ideologico della capacità del mercato di autoregolarsi, oggi presenta il suo conto salato. Subissati dalle infinite prove dovremmo orami sapere tutti che l’economia capitalista non è affatto un sistema capace di autoregolarsi, o mosso dalla “mano invisibile” (soprattutto esperta e scaltra) del mercato. Al contrario, essa produce invece una massiccia instabilità ed è clamorosamente incapace di domarla e controllarla, avvalendosi soltanto di quelle che potremmo definire le sue “inclinazioni naturali”. Per dirla chiaramente l’economia capitalista produce disastri che da sola non riesce a controllare e nemmeno evitare. Per di più non è in grado di riparare i danni provocati da tali disastri. La capacità dell’economia capitalista di “autocorregersi” (come continuano a sostenere gli economisti di corte) si riduce infatti all’inevitabile, periodico scoppio di “bolle”. Che portano con sé una epidemia di fallimenti e disoccupazione di massa. Con costi enormi ed intollerabili per la vita e le prospettive di coloro che, secondo la vulgata dominante negli ultimi decenni, avrebbero dovuto invece essere i beneficiari dell’intrinseca “creatività” del capitalismo deregolato e lasciato libero di esprimersi.
La crisi attuale induce molti ad evocare lo spettro della crisi del ’29, per concludere che da allora ad oggi poco o nulla sarebbe cambiato. In realtà un cambiamento c’è ed è piuttosto importante. Esso riguarda le condizioni che avevano consentito a Roosevelt di varare il New Deal. Sicché l’esortazione a replicare quell’esperienza non può che sollevare fondati dubbi e riserve in ordine alla sua concreta praticabilità. Timori ed incertezze con le quali Roosevelt ed i suoi consiglieri non hanno fortunatamente dovuto fare i conti. Rispetto ad allora infatti una delle cose sostanzialmente mutate è che Roosevelt aveva davanti a sé la “sfida keynesiana”. Quella cioè di rimettere in forze e far ripartire l’industria, principale fonte di occupazione e, dunque, principale creatrice della domanda che avrebbe tenuto in piedi l’economia di mercato. Consentendo in tal modo di far ripartire la produzione del sovrappiù necessario anche all’autoriproduzione capitalista. La sfida attuale è invece più complessa. E comunque diversa. Perché investe in primo luogo i mercati finanziari. Che non creano molti posti di lavoro. Ma sono un anello essenziale della “catena alimentare” di ogni datore di lavoro. Sia attuale, che potenziale. Quindi qualsiasi analogia tra rianimare un’industria ridotta allo stremo dal calo della domanda ed interventi finalizzati alla “ricapitalizzazione” delle istituzioni finanziarie prive del denaro necessario per finanziare i prestiti appare, prima ancora che superficiale, fuorviante.
Senza contare che sono proprio i mercati finanziari, come hanno ormai messo in evidenza innumerevoli studi e ricerche, i principali responsabili della tendenza inguaribile del capitalismo a produrre e riprodurre la propria instabilità e vulnerabilità. Del resto, la dimensione esorbitante e del tutto assurda, ottenuta in anni recenti con la cosiddetta “leva finanziaria” a scapito dell’economia reale, è il concime che ha prodotto la propensione dei mercati borsistici al “mordi e fuggi”, all’ “effetto inerziale”. Propensione che è impossibile bloccare e, per quel che si capisce, persino difficile frenare. Anche perché il potere finanziario è, nel frattempo, diventato molto più forte del potere politico. Alcuni economisti hanno giustamente paragonato la crescita scriteriata ed innaturale del settore finanziario ad un tumore. Che, come di solito fanno i tumori, se non viene asportato nella sua fase iniziale finisce per distruggere l’organismo che lo ospita. Purtroppo la mancanza di strutture sanitarie appropriate e di chirurghi esperti non hanno consentito questo intervento. La conseguenza è stata che i Governi hanno dovuto scendere in campo, mobilitando risorse pubbliche e la propria capacità di credito sui mercati esteri, per rianimare gli intermediari finanziari. Ma, a differenza di quanto fece Roosevelt rianimando le industrie americane che erano la fonte principale di creazione del lavoro, questi interventi finiranno inevitabilmente per incoraggiare lo stesso “mordi e fuggi” ed “effetto inerziale”. Vale a dire esattamente ciò che ha portato alla “Cernobil economica e sociale” ed al conseguente disastro attuale.
Per altro, non è difficile immaginare che non appena i creditori si renderanno conto che esiste un cuscinetto di sicurezza, sotto la specie di uno Stato che corre in aiuto non appena viene smascherato il bluff che tutti (Stato e privati) possano indefinitamente “vivere a credito”, l’unica cosa che verrà realmente “rianimata” sarà la voglia di speculare, nella speranza di un possibile ritorno immediato ai giochi di prestigio finanziari ed al suo corollario inseparabile di esaltazione delle diseguaglianze come motore del progresso. E poiché, come è appunto successo negli ultimi trent’anni, nessuno si curerà granché delle conseguenze e della sostenibilità di lungo periodo di un tale gioco, incomincerà inevitabilmente a formarsi un’altra “bolla”. Ovviamente la grande bolla, mentre cresce fino a scoppiare, sarà come sempre accompagnata dal corteo funebre di una gran numero di piccole bolle famigliari e personali, destinate a seguirla fino al disastro.
Un altro radicale cambiamento rispetto all’epoca del New Deal riguarda “l’insieme”. Cioè un equilibrio internazionale, o per grandi aree, nel cui ambito è lecito attendersi che l’economia nazionale trovi un equilibrio contabile che la renda sostenibile o, quanto meno, l’avvicini ad una situazione di sostenibilità. Qualunque cosa significhi l’attuale rinascita di sentimenti tribali ed autarchici, cioè politiche del tipo: “Alle tue tende, Israele” (come lo slogan British jobs for British people lanciato dal British National Party, o “prima i Padani”, reiterato dalla Lega) dovrebbe essere evidente che quell’ “insieme” non può più essere racchiuso nei confini dello Stato-nazione. In effetti per quanto i governi cerchino di isolare la propria piccola porzione di globo dalle tendenze e condizioni di scambio globale, le misure che possono prendere hanno efficacia di breve durata, mentre a lungo andare i loro effetti rischiano di essere gravemente controproducenti. Perché fatalmente recessivi. D’altro canto lo “spazio dei flussi” globale rimane ostinatamente irraggiungibile per istituzioni (come i governi nazionali) confinate in un delimitato “spazio territoriale”. Per di più qualsiasi frontiera politica è troppo porosa per pensare che i provvedimenti presi nel territorio di uno Stato siano in grado di resistere a flussi finanziari che si muovono su scala globale.
Marx aveva previsto (o forse constato) che i capitalisti, pur mossi esclusivamente dal proprio interesse egoistico, avrebbero finito per accettare che lo Stato potesse intervenire imponendo agli imprenditori quei tipi di vincoli che essi individualmente non vogliono e non possono nemmeno introdurre fin tanto che i loro competitori hanno la possibilità di potersi sottrarre. Marx si riferiva al lavoro minorile ed al salario compresso al di sotto della soglia di povertà. Politiche che se adottate da ogni capitalista per prevalere sui propri concorrenti, a lungo andare avrebbero creato gravi problemi (non solo politici e sociali). Avrebbero infatti finito per creare effetti catastrofici per il sistema capitalista nel suo insieme. Soprattutto nel momento in cui si fossero esaurite le riserve di manodopera e si fosse ridotta o azzerata la capacità di lavoro di operai nutriti, vestiti, alloggiati ed istruiti in modo adeguato. Ne dedusse quindi che queste prassi dannose, ed in ultima analisi suicide, potevano essere evitate solo collettivamente. Naturalmente a tal fine serviva un intervento coercitivo, e dunque sovraordinato rispetto alla volontà del singolo imprenditore. In sostanza, per salvaguardare gli interessi del sistema capitalista i singoli capitalisti dovevano essere costretti dalle autorità costituite, tutti e nello stesso momento, ad accettare delle misure, dei compromessi, rispetto al loro interesse immediato. Dovevano quindi essere obbligati ad abbandonare la concezione del proprio tornaconto istantaneo. Imposto dalla concorrenza senza regole ed orientata dal solo criterio: “arraffa oggi più che puoi”.
Potremmo dire, in sostanza, che Roosevelt ha dato seguito al modello previsto (o per lo meno ipotizzato) da Marx quasi un secolo prima. Più o meno la stessa cosa hanno fatto gli altri pionieri del welfare. Indipendentemente dalle diverse versioni nazionali. Il “glorioso trentennio” (come i francesi hanno definito gli anni che vanno dal ‘45 al ’75) è stata l’epoca in cui l’effetto combinato del ricordo della depressione prebellica e dell’esperienza bellica di mobilitazione delle risorse nazionali (quando Roosevelt ha potuto ordinare alle case automobilistiche americane di sospendere la produzione di vetture private per fabbricare carri armati e cannoni per l’esercito), ha aperto la strada alla possibilità (ed alla necessità) di estensione dell’assicurazione obbligatoria contro le conseguenze dell’affarismo individuale. Ma quel “trentennio glorioso” è stato anche l’ultima epoca nella quale è stato possibile prendere delle iniziative sotto forma di leggi pensate, approvate ed imposte nell’ambito di uno Stato-nazione sovrano. Ben presto infatti è emersa una nuova condizione (innescata dalla prima crisi petrolifera del 1973) ed il numero di variabili uscite (o estratte) dalla sfera posta sotto il controllo del potere statale è diventata troppo grande perché le istituzioni di un solo paese fossero ancora in grado di avallare quella polizza assicurativa contro i capricci del “fato”. Che si manifesta attraverso il mercato. E mentre i ricordi si affievolivano e le esperienze venivano dimenticate, lo “Stato sociale” con la sua fitta rete di vincoli e di regole, ha incominciato a perdere progressivamente il consenso che aveva reso possibile la sua istituzione. A questo proposito è rimasta celebre l’insistenza di Margaret Thatcher sull’idea che una medicina non aiuta a guarire se non è amara. La versione aggiornata dei suoi tardi epigoni è che le “riforme” per essere davvero utili devono essere “impopolari”. I promotori delle medicine amare di ieri e delle riforme impopolari di oggi hanno evitato ed evitano accuratamente di aggiungere che i rimedi da loro somministrati (liberando il capitale da ogni regola e da ogni controllo ed incatenando al tempo stesso, una dopo l’altra, tutte le forze in grado di moderarne gli eccessi) devono essere inghiottiti solo da alcuni, per curare i malanni di altri. E nemmeno dicono (non è del tutto chiaro se per ignoranza o per furbizia) che questo tipo di terapie prima o poi provoca inevitabilmente disastri che in varia forma ricadono su tutti. Una cosa ormai appare certa. Purtroppo il momento è arrivato. Il “prima o poi” è infatti: “adesso”.
Si capisce bene che per tirarci fuori dalla attuale situazione il necessario cambiamento delle politiche, per risultare risolutivo, dovrebbe essere accompagnato anche da un “cambiamento di valori”. Perché stavolta, a differenza di precedenti episodi di depressione, siamo finiti in un pantano che potrà richiedere più di qualche anno di sforzi e di recessione prima che si riesca ad uscirne. Il grande paradosso è che la sobrietà (necessaria per curare l’economia, risanare i nostri stili di vita, dare un po’ più di sicurezza la futuro dei nostri figli) è clamorosamente contraddetta dall’ottimismo di maniera dei governanti che parlano (spesso a vanvera) di misure per il “rilancio e la crescita economica”. Quasi che bastasse mettere un poco di benzina nei motori. In pratica essi assomigliano a quel pilota che volendo rassicurare i passeggeri sosteneva che il suo aereo non avesse niente che non funzionava. A parte i motori. Insomma è difficile “far ripartire l’economia” se prima non ci si rende conto che sono state proprio le sue attuali forme e le sue sregolatezze a portarci al disastro.
In attesa che questa presa di coscienza inizi a manifestarsi ed a farsi valere (a cominciare naturalmente dall’Europa) bisognerebbe porsi come obiettivo prioritario la riduzione delle diseguaglianze. Sia a scala mondiale che continentale e nazionale. Perché è la condizione imprescindibile per una ripresa economica e sociale vera. Scriveva Keynes (in le “Conseguenze economiche della pace”) che il processo di formazione del capitalismo industriale era fondato su un “doppio inganno”. Da una parte esso costringeva infatti i lavoratori ad accontentarsi di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre ai capitalisti ne veniva riconosciuta “la maggior parte”. Nel tacito presupposto che essi non l’avrebbero consumata, ma destinata prevalentemente all’accumulazione del capitale in funzione di maggiori investimenti e dunque maggiore occupazione. Il “doppio inganno”, come Keynes sapeva bene, consiste nel fatto che i profitti non sono uguali agli investimenti e gli investimenti non si trasformano necessariamente in maggiore occupazione.
Probabilmente in modo del tutto indipendente dalla considerazione di Keynes, resta il fatto che a partire dalla politica roosveltiana e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, il processo di sviluppo si è basato su una progressiva riduzione delle diseguaglianze. Il che ha contribuito a stimolare in modo decisivo la domanda aggregata. Ma, purtroppo, dalla fine degli anni ’70 con l’aumento dei devoti nella fede della “deregulation” le diseguaglianze sono ritornate a crescere. Non stupisce quindi che nei paesi sviluppati la “maggior parte della torta” sia progressivamente servita ad alimentare la speculazione piuttosto che gli investimenti nell’economia reale. Col risultato di arricchire i pochi ed impoverire i molti. L’aspetto singolare è che in parecchi abbiano volutamente scambiato questa restaurazione del “doppio inganno” (che con la crisi attuale sta mostrando tutti i suoi perversi effetti) con la via maestra alla modernizzazione. Senza dare particolare peso al fatto che la spesa per il consumo dipende dal reddito delle famiglie e che la conseguente insufficienza della domanda aggregata è il risultato della crescita delle diseguaglianze e, dunque, del mutamento nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato la vita economica dei paesi sviluppati negli ultimi decenni.
In proposito l’Italia costituisce un esempio paradigmatico. Basta vedere come si è evoluta la distribuzione del reddito negli ultimi 20 anni. Per farlo può essere utile il rapporto Ocse “Growing unequal?” (Crescente diseguaglianza?). Che consente di confrontare la situazione italiana con quella dei principali paesi sviluppati: Germania, Francia, Regno Unito e Usa. Ebbene, da questo raffronto emerge che l’Italia è il paese che riesce a cumulare le caratteristiche più negative, sia dei paesi anglosassoni che di quelli del continente europeo. E poiché questi dati fanno riferimento alla distribuzione del reddito precedenti allo scoppio della crisi finanziaria, sfociata nell’attuale drammatica crisi dell’economia reale, aiutano anche ad individuare una delle sue cause fondamentali. Il dato più significativo è che l’aumento della diseguaglianza, a partire dalla fine degli anni ottanta, è stata ovunque determinata dalla diminuzione della quota delle retribuzioni sul reddito nazionale. Ma, mentre questa quota è diminuita significativamente in tutti i paesi Ocse, in Italia è addirittura crollata. La conseguenza è che la quota del reddito nazionale che in Italia viene ottenuta attraverso il lavoro è tra le più basse dei paesi Ocse.
Ovviamente la diminuzione della quota di reddito da lavoro dipendente dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale. A questo riguardo (secondo le stime del rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro) emerge che a parità di potere d’acquisto, tra il 1988 ed il 2006, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia di circa il 16 per cento. Gioca in proposito anche la mancata funzione redistributiva della tassazione. Attiva invece altrove. Al punto che da noi l’imposta sul reddito delle persone fisiche, nel tempo, ha finito per trasformarsi in imposta specifica sui salari e sulle pensioni. Comunque, per valutare gli effetti delle politiche redistributive bastano pochi riferimenti. E’ sufficiente infatti confrontare i redditi mediani con quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione. Se si fa questa verifica ci si rende subito conto dell’anomalia e della gravità della situazione italiana. Infatti, mentre sia per il reddito mediano che per il reddito del 10 per cento più povero l’Italia è in fondo alla classifica dei paesi Ocse, il reddito del 10 per cento più ricco della popolazione risulta più alto della media Ocse.
Se questa difformità non fosse ritenuta probante può essere aggiunta anche la considerazione relativa alla elasticità dei redditi intergenerazionali. Elasticità che indica la possibilità che i figli possano mantenere lo stesso reddito dei padri. O addirittura migliorarlo. Più basso è il valore dell’indice e più alta è la probabilità che i redditi possano migliorare di generazione in generazione. Purtroppo l’Italia ha un valore particolarmente alto di questo parametro. I dati della maggior parte dei paesi europei, a cominciare dalla Francia e dalla Germania, mostrano invece che la mobilità sociale ed intergenerazionale è favorita tanto da una distribuzione meno diseguale del reddito che dalla maggiore efficacia delle istituzione del Welfare. Non a caso, guardando alle classifiche europee, l’Italia si situa agli ultimi posti nell’efficacia distributiva dell’intervento pubblico. Certo occorre capire quanto la scarsa efficacia dell’intervento dello Stato sia dovuta: all’alta evasione fiscale, agli sprechi nella spesa pubblica e quanto dipenda invece dalla struttura stessa della tassazione e dei trasferimenti. Il fatto però rimane incontrovertibile. In ogni caso, l’Ocse ci informa che la progressività dei trasferimenti e di conseguenza il loro impatto redistributivo è molto minore in Italia rispetto alla media di tutti gli altri paesi aderenti. Tanto per quanto riguarda le persone in età da lavoro, che per gli anziani. Se ne dovrebbe trarre la conclusione che, sia con il proposito di contrastare la recessione stimolando la domanda aggregata, che per avviare una correzione vera delle cause strutturali della crisi, ci si dovrebbe misurare con il problema della congruità e dell’efficacia dell’intervento redistributivo dello Stato. E quindi con un vero programma di riduzione delle diseguaglianze economiche e sociali.
Disgraziatamente però questo tema finora non sembra far parte delle priorità della politica. E ciò è tanto più preoccupante perché, insieme ai problemi derivanti dalla crisi globale, l’Italia è alle prese con un debito pubblico enorme. Debito che ci siamo impegnati a ridurre in venti anni (con il “fiscal compact”) dall’attuale 120 per cento al 60 per cento del Pil. Il che equivale al 3 per cento del Pil ogni anno. Più o meno 50 miliardi di Euro. E se il Pil non dovesse crescere di altrettanto (cosa più che probabile nei prossimi anni) ciò comporterà nuove manovre correttive di bilancio ed inevitabili nuovi dolorosi tagli.
Potremmo liberarci (o quanto meno ridurre) questa ipoteca, altrimenti mortale, affrontando i termini reali della questione. Il punto che occorre avere chiaro è che, indipendentemente dal fatto che sia giusto o no, politicamente accettabile o meno, la ragione vera della crisi di alcuni paesi europei è la loro posizione sull’estero fortemente negativa. In sostanza, l’esistenza di un elevato stock di debiti (pubblici e/o privati) accumulato nel tempo verso creditori stranieri. Sappiamo bene che sono vari i fattori che possono concorrere al peggioramento di questo indicatore. Tra i quali il perdurare di una situazione di bilancia delle partite correnti strutturalmente passiva, o una quota crescente di debito pubblico sottoscritta da investitori esteri. E’ evidente che una posizione netta negativa è tanto più preoccupante, oltre che gravosa in rapporto al Pil, qualora un paese disponga di un patrimonio finanziario risicato. Perché allora nessuna possibilità di abbattere il debito stesso può essere effettivamente praticata da uno Stato in difficoltà finanziaria. E’ il caso della Grecia. Infatti, la posizione netta sull’estero di Atene è negativa per un ammontare pari al 99 per cento del Pil, ma la ricchezza netta delle famiglie greche (secondo i dati del Fmi) è ormai precipitata al 56 per cento del Pil. Per cui la posizione internazionale “in rosso” della Grecia equivale addirittura al 177 per cento dello stock attuale della ricchezza privata. Una situazione analoga, anche se un poco migliore, è presente in Irlanda, Spagna e Portogallo.
Alla luce degli ultimi dati del Fmi, gli unici due grandi paesi avanzati che non hanno problemi al riguardo sono oggi la Germania ed il Giappone. Entrambi hanno infatti una posizione netta sull’estero fortemente attiva. In più il Giappone vede finanziato il 93 per cento del suo debito pubblico (che, come ricordato, è enorme) dai giapponesi stessi. Questo spiega perché il Giappone, pur avendo un grandissimo debito statale, non è considerato a rischio. La buona posizione netta sull’estero rispetto alla ricchezza privata spiega anche perché gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, nonostante abbiano deficit statali primari oggi imponenti, siano percepiti come paesi “poco a rischio”. Per quanto riguarda l’Italia, se consideriamo il debito pubblico sottoscritto da stranieri, non dovrebbe essere neanche essa considerata un “paese a rischio”. Infatti (utilizzando sempre gli indicatori del Fmi) nel 2010 il debito pubblico italiano collocato all’estero era pari al 47 per cento del totale. Vale a dire il 56,4 per cento del Pil (cioè il 47 per cento del 120 per cento). Si può aggiungere che se rapportiamo il debito pubblico estero non al Pil, ma alla ricchezza privata, otteniamo i seguenti valori: Germania 32,6 per cento; Francia 43 per cento; Italia 31,6 per cento. Dunque in Italia la ricchezza finanziaria privata (senza considerare quella immobiliare che è enorme e sommata alla prima è superiore di oltre 7 volte l’intero ammontare del debito pubblico) può controbilanciare persino meglio, di quanto non siano in grado di fare Germania e Francia, il debito pubblico estero.
Teoricamente quindi i “fondamentali” (come si usa dire) sono buoni. C’è però un piccolo dettaglio. Se la ricchezza finanziaria ed immobiliare resta immobilizzata nelle mani dei privati e lo Stato deve cercare di “rifinanziare” il suo debito rivolgendosi ai “mercati”, il problema resta ed i costi del “servizio sul debito” diventano esorbitanti. Il che induce le agenzie di rating (non solo per intenti complottistici, o malvagità) a ritenere che possa sussistere un rischio di insolvenza. Per scongiurare le conseguenze indesiderabili di questa situazione non c’è che un modo: fare una operazione straordinaria che permetta una consistente riduzione dello stock di debito accumulato. Cosa che può essere fatta, sia alienando una parte del patrimonio pubblico inutilizzato, che con un equivalente prelievo sulla ricchezza privata. Prelievo che può assumere tanto le forme del “prestito forzoso”, che di una patrimoniale.
A questo punto la domanda è inevitabile. Cos’è che impedisce di intervenire in questo senso e cercare di allontanare l’Italia da un gorgo che può rivelarsi estremamente pericoloso? Da quel che è dato capire, non ragioni di carattere economico, ma essenzialmente considerazioni politiche. Come ha più volte sottolineato Galbraith, non bisogna mai dimenticare che la causa della pace sociale si è sempre nutrita dalle grida di angoscia dei privilegiati. Nessun paese fa eccezione. Ma in questo l’Italia è in prima fila. Da noi infatti i ricchi sentono più profondamente dei poveri le ingiustizie di cui si credono vittime e la loro capacità di indignazione e reazione non conosce limiti. Quando i poveri ascoltano i loro lamenti, molti di essi finiscono per convincersi che i ricchi ed i benestanti soffrano davvero. Finiscono così per accettare la propria sorte con più rassegnazione. Al punto che non pochi politici, rendendosi conto che è impossibile confortare i tormentati senza tormentare i confortati, utilizzano questa dinamica anche come un calmante sociale ad effetto immediato. Queste furbizie però non risolvono nulla. Perché con l’illusione di potersi affidare all’astuzia politica aumentano solo i rischi dell’avventura.
Sappiamo che l’analisi di sostenibilità del debito pubblico non è una scienza precisa. E’ quasi una forma d’arte. In ogni caso è sempre un motivo sufficiente per prendere alla gola i paesi più esposti. E sciaguratamente l’Italia è tra questi. Quindi un intervento robusto e convincente per la riduzione dello stock di debito pubblico darebbe all’Italia il respiro necessario per provare a rimettere in piedi la sua economia. Tuttavia, per uscire dalle secche e sperare davvero di rimettere in moto la crescita, questo azione indispensabile deve essere accompagnata anche dall’urgente avvio di un diverso modello di sviluppo economico. Il quale non può che trovare, in una seria correzione delle diseguaglianze, il suo effettivo punto di credibilità e di forza. Senza di che la crisi continuerà inesorabilmente a produrre soltanto costi economici, sociali ed umani, sempre più esorbitanti. Del resto, se si hanno chiare le vere cause della crisi non c’è alcun dubbio che la prima “riforma strutturale” debba consistere proprio nella riduzione significativa delle diseguaglianze. Sia per correggere l’eccentricità dell’Italia rispetto alla condizione dei principali paesi industrializzati, che per aiutare il capitalismo a salvarsi da sé stesso. Cioè dalla sua avidità e dalla sua miopia.(segue)
Pierre Carniti
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