Nei giorni di fine luglio ho avuto l’onore e il piacere di reincontrare nella sua casa di Camucia il giovane Sergio Regi, E’ stato un incontro breve , ma molto significativo ed interessante. Nonostante Sergio sia ancora molto addolorato per la recentissima perdita della sua cara mamma, la professoressa Franca di cui L’Etruria ha scritto proprio nell’ultimo numero di luglio, Sergio è rimasto il giovanissimo ragazzo camuciese e cortonese che avevo incontrato qualche decennio fa tra i ragazzi del Poggetto .
Un ragazzo vitale e appassionato di navigazioni non facili nel gran mare aperto della fame nel mondo e degli ultimi che non hanno voce. Seduti nel bel giardino della sua casa paterna, con accanto il babbo Tito e le cugine Carla e Paola, come mostra la foto mentre tutti assieme leggono il nostro giornale che parla di Margherita- Franca, vista la sua empatia e la sua disponibilità a raccontarsi per i lettori de L’Etruria , ho avuto con Sergio una bella e lunga chiacchierata, che, da giornalista di strada attento soprattutto al bene,alle cose buone e ai nostri giovani, cerco qui di seguito di riassumere per dare una fotografia dai bei colori come i cento fiori del suo far del bene nel mondo sempre più grande della fame e degli ultimi.
A quarantasette anni, Sergio continua a dividersi tra mondi che sembrano lontani e che invece convivono da sempre nella sua vita: l’Africa, la tenuta di famiglia tra le colline toscane, gli affetti più cari e passioni mai abbandonate, dal buon vino alla chitarra, dall’Inter al cinema, dal tennis ai libri. Figlio di una famiglia di insegnanti stimati, ha ereditato dai genitori il gusto per la conoscenza e il rispetto per le persone. La scomparsa della madre, il 6 luglio 2026, ha segnato una ferita profonda, ma anche la misura dell’eredità morale ricevuta. Una misura che ircerca con Raphael, suo figlio di 7 anni, e Laetitia, sua compagna da 18 anni.
Si laurea in Agraria nel 2004 con una tesi sulle radio rurali e comunitarie del Mali che lo porta in Africa per la prima volta a 22 anni, un viaggio pagatosi suonando la chitarra, studiando come l’informazione potesse accompagnare milioni di produttori agricoli in uno dei principali paesi cotonieri del mondo. È lì che il mondo smette di essere una teoria: tra studenti, rifugiati ivoriani, militari e contadini scopre quanto gli esseri umani siano diversi nelle storie e sorprendentemente simili nei valori fondamentali.
Ancora prima della laurea respira aria internazionale. Un professore gli mostra la FAO durante una visita a Roma e quel giorno nasce una direzione che impiegherà quasi vent’anni a compiersi. Quando entrerà nell’Organizzazione nel 2023, dopo una lunga carriera altrove, proverà la sensazione rara di aver chiuso un cerchio.
Nel 2005 parte per il Malawi con la ONG romana UTAWALEZA per seguire un progetto agricolo nel sud del Paese. Lavora accanto a missionari monfortani e a figure di grande spessore umano e intellettuale, scoprendo che la cooperazione, prima ancora che tecnica, è presenza, ascolto e capacità di condividere il quotidiano delle comunità. Pur apprezzando profondamente questo mondo, conserva una naturale curiosità per le dimensioni spirituali meno convenzionali incontrate lungo il suo cammino africano: i culti tradizionali, le credenze animiste, i guaritori, i santoni e quei personaggi sospesi tra fede, saggezza popolare e mistero che popolano molti villaggi del continente. Impara a credere e non ricusare a priori in tutto cio’ che sa di non poter conoscere coi nostri mezzi limitati.
In fondo, uno dei libri che più lo hanno accompagnato, Things Fall Apart di Chinua Achebe, racconta con straordinaria lucidità come l'arrivo dei missionari abbia rappresentato al tempo stesso una risorsa e una frattura: un incontro che ha portato istruzione, cura e nuove opportunità, ma che ha anche alterato equilibri culturali e spirituali costruiti nel corso dei secoli. Equilibri che spesso non sono più tornati. E gli ricorda come la sua esperienza africana sia un viaggio nel tempo, ritrovando frammenti di mestieri, credenze perdute e saggezza popolare della Camucia, Cortona e Montanare di due o tre generazioni fa. Di un mondo contadino duro ma autentico, in cui il rapporto con la terra, con le stagioni e con il mistero della vita era ancora parte integrante dell’esperienza quotidiana e di una comune umanità che attraversa luoghi e continenti lontani, legando le colline toscane ai villaggi africani attraverso valori, paure, speranze e forme di saggezza sorprendentemente simili.
Dei missionari ammira soprattutto il coraggio. Li vede restare quando altri partono, in Uganda e Burundi, a condividere il destino delle comunità anche nei momenti più difficili, spesso ultimi baluardi di protezione quando soldati, amministrazioni e organizzazioni internazionali si ritirano. Un coraggio che sembra affondare le proprie radici in una fede profonda e silenziosa. Vede suore uccise e racconti di preti massacrati. Apprezza inoltre una forma di riflessione teologica concreta, nata dall'incontro quotidiano con la sofferenza e con la speranza, lontana dalle dispute accademiche e dai circoli esclusivi. Una teologia vissuta più che insegnata, che cerca risposte pratiche alle domande essenziali dell'esistenza. E che, paradossalmente, anche qualora non riuscisse a trovarle, non toglierebbe nulla alla meraviglia e al mistero del mondo.
Dopo un breve ritorno a Montepulciano nel 2006, decide che l’Africa non è stata una parentesi. Trova quindi un tirocinio presso la Cooperazione Italiana in Uganda. Kampala diventa la sua prima capitale: una città intensa, povera e vitale, piena di musica e di energie contrastanti. Sono gli anni in cui il conflitto nel Nord Uganda si avvia alla conclusione. Sergio incontra persone che hanno scelto di restare accanto alle popolazioni anche nei momenti più difficili, rischiando la propria vita. Da loro apprende che il coraggio autentico raramente fa rumore. Diventa responsabile di progetti agricoli, zootecnici e di riabilitazione dei pozzi, soprattutto nella regione del Karamoja. Viaggia su piccoli aerei che sembrano sfidare il cielo africano ad ogni decollo, osserva da vicino il valore simbolico e materiale del bestiame. Un valore di status sociale che porta le comunita’ a gesti estremi. Come quando nel 2008 un gruppo di veterinari locali viene trucidato per aver imposto l’abbattimento di un gruppo di vacche per contenere un’epidemia di brucellosi.
Nel 2009 assume la guida di un progetto in Burundi a sostegno dell’istituto nazionale di ricerca agricola. È un’esperienza intensa ma breve, interrotta l’anno successivo da scelte strategiche della cooperazione italiana. Una delusione che si trasforma presto in occasione.
Dopo mesi di ricerca, nel 2011 entra nell’Unione Europea come Junior Expert presso la Delegazione di Gibuti. Scopre un paese minuscolo, caldissimo e in totale balia degli elementi – su tutti aria, fuoco e acqua - sospeso tra Africa e mondo arabo, tra deserti vulcanici e fondali straordinari. Assiste alla trasformazione di una società che in pochi decenni passa da prevalentemente nomade a urbana senza perdere i valori umani, ma con crescenti complessità sociali, economiche e geopolitiche del Corno d’Africa.
Per ragioni affettive si trasferisce poi a Nairobi nel 2012, dove vive per oltre cinque anni con Laetitia, conosciuta sei anni prima in Uganda. Qui entra nel World Food Programme come responsabile delle analisi di vulnerabilità. Saranno oltre otto anni di lavoro e missioni in Africa, Medio Oriente, Caraibi e oltre. In ogni contesto costruisce relazioni profonde con colleghi nazionali e internazionali, convinto che la competenza conti poco senza umanità.
Il 2018 rappresenta una svolta. Nasce suo figlio Raphael e, insieme a due amici, rileva parte le vigne di famiglia. La produzione del Syrah Colle Acacia diventa un modo per custodire radici e memoria mentre continua a vivere nel mondo. E dopo poco tempo realizza un altro sogno: entrare nella FAO. Lavora per l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il principale sistema internazionale che analizza l’insicurezza alimentare e identifica le situazioni di crisi e carestia, fornendo ai governi e alla comunità internazionale una base condivisa per programmare una risposta multilaterale. Con la FAO continua a viaggiare tra Asia, Africa e America Latina. Tra tutte le missioni, i due mesi trascorsi a Sana’a, nello Yemen, nel 2024 rimangono tra i ricordi più profondi. Sotto le bombe comprende ancora una volta che la guerra colpisce senza distinzione, sempre e soprattutto chi non l’ha scelta.
La sua esperienza professionale gli ha insegnato che la fame contemporanea dipende sempre meno dalla produzione globale e sempre più dall’accesso, dalle disuguaglianze, dai conflitti e dalle fragilità politiche. E’ evidente che nel mondo ci sia sviluppo. Ma e’ altrettanto evidente che il numero di persone che possano permettersi una vita degna stia diminuendo, perche’ l’urbanizzazione e i conflitti portano il tessuto sociale ad assottigliarsi. Le famiglie dipendono sempre piu’ da se stesse e meno dalle comunita’ in cui vivono. Sergio ha visto paesi trasformarsi rapidamente, mercati integrarsi e nuove vulnerabilità emergere sotto la pressione climatica e geopolitica.
Rimane un convinto sostenitore del multilateralismo, delle nazioni unite, del ruolo imprescindibile di ONG che lavorano in diritti umani e istitutzioni soivranazionali. Pur osservandone con preoccupazione le contraddizioni e l’indebolimento. Crede che le organizzazioni internazionali siano imperfette, ma indispensabili; che vadano riformate e rafforzate, non svuotate.
La sua è ancora una storia in cammino. Una carriera costruita attraversando frontiere, ma soprattutto un lungo dialogo con le persone incontrate lungo la strada.
Sergio ha tanti riocrdi di questa sua storia in cammino, Eppure, tra i molti ricordi, uno ritorna più spesso degli altri: l’aria calda di Bamako, Mali, nel gennaio del 2003, mescolata all’odore dell’erba bruciata. La stessa sensazione che da bambino provava quando lo zio apriva i forni del tabacco a Piazzano. Un odore che riappare improvvisamente nei viaggi, come un filo invisibile tra Africa e Toscana. Forse è proprio lì che continua a cercare il prossimo capitolo della sua vita. Tra Africa e Toscana, forse un ritorno a casa nella sua Cortona e nella sua Val d’Esse? Boh! Il tempo ci darà la risposta. Intanto un sincero e caro. Ad maiora, Sergio!
Ivo Camerini