L’Etruria

Redazione

La crisi spagnola raccontata da Silvia

La crisi spagnola raccontata da Silvia

In Spagna si vivono giorni di crisi politica e sociale. Dopo la “rivolta” dei primi giorni di  ottobre, il Governo Sanchez si è dimesso e il 29 novembre prossimo si terranno le elezioni politiche generali per eleggere il nuovo parlamento. La "rivolta" in Spagna di oggi non è quella degli anni 1936-1939, ma pur semprerappresenta  una vasta ondata di proteste popolari contro la grave crisi abitativa, il forte aumento dei prezzi di case e affitti e contro quel caro vita, che ormai morde o distrugge il ceto medio di tutte le nazioni europee. Per capire l’odierna questione spagnola abbiamo chiesto a Silvia Velasco (nel primo piano della nostra foto collage di corredo e che è  una cittadina spagnola nostra assidua lettrice, dopo le sue vacanze estive dell’anno scorso in Cortona) di darci una sua testimonianza. Ecco qui di seguito la sua corrispondenza in esclusiva per L’Etruria. (IC)

Sono una donna di cinquant’anni, divorziata, con due figlie, un buon lavoro e quello che, in teoria, dovrebbe essere un buon stipendio. Con uno stipendio come il mio, abbastanza al di sopra della media, se vivi in Spagna non è affatto facile permettersi una casa. È vero che la situazione non è esattamente la stessa in tutto il Paese: ci sono città in cui è difficile e altre in cui, per la classe media, è praticamente impossibile permettersi una casa.

Nelle Isole Baleari, dove vivo io, il prezzo medio di acquisto delle abitazioni è aumentato del 416% dal 1996, mentre gli stipendi sono aumentati del 20%*.

Se parliamo di affitti, il prezzo medio nelle Baleari è di 20 euro al metro quadrato, vale a dire circa 1.600 euro per un appartamento di 80 metri quadrati. Lo stipendio netto medio degli abitanti delle isole è di 1.900 euro. Fate voi i conti.

E questo non succede soltanto nelle Baleari. Madrid, Barcellona, Bilbao, San Sebastián, Malaga… la lista è sempre più lunga e la pazienza dei cittadini, che vedono di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, è sempre più corta. Quando succede questo, la scintilla che accende la miccia prende fuoco rapidamente e, questa volta, lo sfratto di un’anziana di 87 anni, che viveva nello stesso appartamento da 71 anni e non aveva mai smesso di pagare una sola rata dell’affitto, è stato il detonatore che ha spinto i cittadini a dire basta.

Mari Carmen Abascal è stata cacciata di casa da un fondo avvoltoio che voleva fare più soldi con il suo appartamento. Non importavano né l’importo della sua pensione né le sue malattie, perché non importava la persona: contavano soltanto i soldi. È quello che accade quando la casa diventa oggetto di speculazione e non un diritto dei cittadini. La donna è morta in ospedale pochi giorni dopo e la sua morte ha accresciuto l’indignazione di molti cittadini, che sono scesi in strada per chiedere alla classe politica di trovare una soluzione al problema della casa.

Tutto questo accade in un momento di massima polarizzazione, in cui i leader politici alzano continuamente i toni e il livello dello scontro. I partiti di opposizione, la destra e l’estrema destra spagnola, da anni ricorrono senza esitazione all’insulto e alla delegittimazione personale. E, come riflesso di tutto questo, gli elettori, sia di sinistra sia di destra, mostrano posizioni sempre più radicali.

All’inizio di questa mia testimonianza  vi parlavo dei prezzi e degli stipendi del 1996. All’epoca avevo 20 anni e tanta voglia di costruire il mio futuro. Noi nati negli anni Settanta siamo i nipoti della generazione che ha vissuto la guerra civile spagnola e i figli di coloro che sono nati nella penuria del dopoguerra. Ci è stato insegnato che il lavoro e l’impegno servono a ottenere risultati e che studiare e prepararsi bene era il miglior ascensore sociale. Noi lo abbiamo fatto, ma non possiamo più utilizzare lo stesso discorso con i nostri figli, che vedono come, pur essendo la generazione più preparata nella storia di questo Paese, con lauree, master e conoscenza delle lingue, non riescano ad accedere ad una casa e quindi a iniziare una vita indipendente.

Mia figlia maggiore, Lucía, ha 22 anni, frequenta un doppio corso di laurea in Giornalismo e Studi umanistici presso l’Università Carlos III di Madrid e in queste settimane ha partecipato alle manifestazioni e visitato i giovani accampati alla Puerta del Sol di Madrid.

Ecco il suo racconto per voi lettori de L’Etruria su come stanno vivendo i giovani questa situazione: “Lo sfratto di Mari Carmen è stato soltanto uno delle migliaia che ogni anno avvengono in Spagna. Tuttavia, ha rappresentato l’inizio di una rivoluzione sociale che covava da molto tempo. Il malcontento dei lavoratori, che vedono le loro case vendute a grandi fondi di investimento e le loro strade occupate dal turismo e dagli affitti a breve termine. La donna ha vissuto i suoi ultimi giorni trasformata suo malgrado in un simbolo di resistenza, sottoposta a una grande attenzione mediatica che l’ha utilizzata come arma di scontro tra le diverse parti. Non ha visto realizzato il suo ultimo desiderio, che non era altro che morire dignitosamente nella sua casa, in pace.

A mobilitarsi maggiormente intorno alla storia di Mari Carmen sono stati, fin dall’inizio, i giovani lavoratori. Quelli a cui, come giustamente hai sottolineato anche tu Silvia, è stato promesso che con il lavoro e l’impegno avremmo raggiunto il successo. Abbiamo studiato all’università, conseguito diplomi superiori, imparato diverse lingue, frequentato master e corsi post-laurea e persino intrapreso una seconda laurea. Abbiamo accumulato contratti di tirocinio, aspettando che arrivasse il momento di ottenere un primo lavoro dignitoso, all’altezza dell’impegno profuso. Ma il vivere in proprio, in una casa propria, è per noi giovani un obiettivo irrangiungibile.

Nonostante tutti gli sforzi, vediamo come sia assolutamente impossibile accedere a una casa. Le situazioni più comuni sono vivere nella casa dei genitori con l’obiettivo di risparmiare fino a quasi trent’anni; vivere in una stanza in un appartamento condiviso con altre dieci persone; oppure coppie che non possono separarsi perché economicamente non possono permetterselo. La disperazione è tale che, nel mio caso, non posso nemmeno prendere in considerazione l’idea di lasciare la capitale e tornare nella mia provincia d’origine, Maiorca, perché i prezzi degli affitti sono praticamente gli stessi, se non peggiori, a causa della presenza massiccia di turisti.

Da questo profondo malessere sociale nasce l’accampamento di Sol, sempre nel segno di un’ideologia pacifica che si limita a rivendicare il diritto a una casa dignitosa e che, fin dal primo momento, ha chiesto misure politiche per regolamentare la situazione. Di fronte all’incapacità del governo e dei suoi alleati di raggiungere un accordo per approvare i decreti sulla casa proposti dal Sindacato degli Inquilini lo scorso 2 ottobre, il Presidente del Governo ha convocato le elezioni politiche. Siamo sicuri che la nostra lotta continuerà e non sarà vana. Raggiungeremo il nostro scopo nonostante gli insulti della presidente della Comunità di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, che ha definito gli organizzatori dell’accampamento “terroristi filo-palestinesi” e ha affermato che nell’accampamento non ci sono “né ordine né decenza”. Posso testimoniare che l’accampamento della protesta che continua è invece una cittadella improvvisata e autogestita che distribuisce tre pasti al giorno, dispone di una ferramenta, un’infermeria, un punto di assistenza psicologica e di orientamento e progetti urbanistici; una cittadella che resiste attraverso la pace e la collaborazione e, soprattutto, non si arrende.

Oggi, 12 ottobre, giorno della Hispanidad e Festa Nazionale in Spagna, gruppi ultras di estrema destra si sono avvicinati all’accampamento con messaggi violenti, per provocare e insultare i manifestanti ,utilizzando la stessa bandiera spagnola, oltre ad alcune di quelle utilizzate durante la dittatura franchista.

Anche secondo noi giovani, si prospettano tempi incerti per la Spagna. I risultati delle elezioni politiche del prossimo 29 novembre decideranno il futuro di un Paese stanco, ferito e che non ha mai smesso di mettere i propri cittadini gli uni contro gli altri. Noi vogliamo invece una Spagna unita e piena di progresso, di pace  e di benessere per tutti”.

Silvia Velasco