L’Etruria

Redazione

Diario cortonese di questi giorni – 45

“Come alberi”: un romanzo rimasto nel cassetto

Diario cortonese di questi giorni – 45

Pubblichiamo anche oggi molto volentieri le riflessioni del diario di Anna Cherubini. Riflessioni su romanzo rimasto inedito i cui dialoghi ci portano nella Roma degli ultimi due decenni del secolo scorso. Grazie  Anna! (IC)

Diario di un ROMANZO NEL CASSETTO

Vi regalo un capitolo di un  mio romanzo scritto anni fa, ma rimasto nel cassetto. Che però, ora rileggendolo...
Si intitolava "Come alberi". Qui sotto.

Io intanto continuo ad abitare nella foresteria dove abbiamo sempre abitato quando i miei lavoravano qui. Non mi hanno ancora sfrattato, l’affitto è basso ed è un palazzo del centro. Per ora non mi muovo.
Vittoria ha sedici anni e vive al penultimo piano, quello prima dell’attico. Trecento metri di casa e un terrazzo che sembra l’Orto Botanico, che tra l’altro non è lontano in linea d’aria.
E’ un po’ sovrappeso ma, con quella pelle intatta e gli occhi color ghiaccio, il peso in più le dona anche. Da quel che dice è una che ci tiene, infatti è sempre attenta al vestire, indossa capi che m'ha detto Silvana, l'altra portiera, equivalgono ognuno a un mio stipendio.

Mi metto lì a leggere, all’ombra sotto i portici, come ogni pomeriggio. Sono giovane ma vecchia, incollocabile nel tempo.
Mi vengono lasciati in portineria pacchi provenienti dai negozi più cari del centro storico. Sono sempre indirizzati a Brunilde Dall’Acqua, la madre di Vittoria, ancora più fissata della figlia con il vestire,
«Come ti sembra che stia?» mi chiede spesso, quando passa.
«Bene, sta bene Brunilde...» le rispondo. Del resto è una gran bella donna.
«Sincera?»
«Sempre...»

Oggi è l’ennesimo pomeriggio in cui sua figlia Vittoria interrompe la mia lettura a poche pagine dal finale.
«Basta un po’ con l’ascensore!» le brontolo da giù, già sapendo che è sempre lei ad occuparlo per delle ore. L’abitacolo metallico si ferma davanti ai miei piedi, così apro la porta come ad impedire che venga usato di nuovo.
«Sempre con quest’approccio autorevole, e rilassati Ari!» mi brontola lei. Il mio intento persino educativo verso chi è giovane e scombinato va sempre in fumo.
«Sorella!» esclama poi.
«Ma quale sorella, per carità...»
«Nel senso di suora! scema!»
«Ecco appunto, falla finita.»
«Come sto?» mi chiede, anche lei, come la madre. Una sua idea deve essersela pur fatta in quei dodici percorsi piano terra-quarto piano che ha fatto fare all’ascensore allo scopo di specchiarsi a figura intera. Nei duecento metri quadri di casa sua gli specchi non ci sono, me lo ha confidato lei.
«Sto bene?»
Alzo le spalle, come sempre. Riicorda una quarantenne ricca, anche se è solo un’adolescente.
«Sto troppo carica?» insiste, mentre io ho appena preso in mano il pacco per sua madre arrivato con il pony express.
«Ma dove devi andare?» le chiedo.
«Incontro Ruben…»
«Chi?»
«Arianna mia, Ruben è NON un fotografo. Ruben è IL fotografo».
Le sue labbra assumono una forma a cuore che emana odore di lucida-labbra.
«Ma non sei piccola per farti fare le foto?» le domando.
«Eh ma è quello il bello... Mi sono già fatta riconoscere.»
«Conoscere intendi…»
«E no. Riconoscere! Ti devi prima buttare nell'ambiente in modo che ti si noti. Io l’ho fatto, mi sono buttata, e ora vedrai quanto RI-conoscimento».
«“Stasera mi butto”, che triste...»
«Madonna Ari, che umorismo anni Ottanta. Sei proprio anni Ottanta tu. C’hai pure tutti questi ricci assurdi... ma che te li pettina la forestale? Vuoi che ti porto dalla mia?»
«Lascia stare. Dimmi cosa vuol dire che ti sei buttata» insisto.
«Tu ragioni ancora con il curriculum?»
«Sì perché?»
«Porette voi!» e la sua smorfia a fumetto va con un certo disprezzo al mio libro posato sulla sedia, "l’eleganza del riccio".
«Un libro apposta per convincerti che sti ricci che c'hai so’ belli Ari?»
«Dovresti leggerlo anche tu un libro ogni tanto, e non sui capelli. E comunque, mi spieghi questa cosa del RI-conoscimento?»
«E va bene…» inizia lei: «Cioè, io lo so che si può seguire anche un'altra tipologia di percorso…»
«Per fare...?»
Mi guarda, convinta e seduttiva più di un’adulta.
«Per “spaccare” Ari!»
Sospiro, in silenzio. La banalità dei discorsi a volte.
«Io sono oltre Ari!»
Questa frase la usa la madre, e a lei piace tanto.
«Io sono “tanta roba” capisci?»
«Eh»
«Eh... fai bene a dire eh. Ma mi vedi?»
«Ogni giorno ti vedo…»
«Secondo me vendo…» dice. E si mette tutta dritta.
«Ma vendi che?»
Mette ancora la bocca a cuore, fa l’occhietto! Di nuovo odore di lucida-labbra. La piglierei per un orecchio e ristabilirei le coordinate.
«Questo vendo…» si fa scivolare la mano dal collo in giù senza toccarsi, come un’esperta di tessuti che indica i campioni delle sete.
«Ma falla finita, fai ridere».
«Okkey. Facciamo le serie», continua strizzando gli occhi infastiditi dal fumo: «non te l'ho detto Ari, ma ho scritto un libro.»
«Ah. Di che tratta?»
«Sono poesie! »
«E di che parlano le poesie?»
«Lascia fa’. Malinconia pura... Mi vengono proprio giù così, a razzo. Non sai, non sai!»
«Non so infatti...»
«Ieri ne ho scritta una intitolata: “a mia madre in macchinetta”!»
«Chissà che bella...»
«Dedicata alla demente. Le hanno ritirato la patente B e mio padre le ha comprato la minicar!»
«Beh, fortunata.»
«Pensa, s’è piantata contro un albero. Era a digiuno da troppi giorni e c’ha visto doppio...»
Sapevo infatti che Brunilde aveva qualche problemino del genere.
«Ma i tuoi non sono separati?» le chiedo.
«Certo. Ma una minicar fa parte degli alimenti...»
Aspetta che io dica qualcosa ma io guardo l'orologio, per oggi mi basterebbe così.
«Comunque, riguardo alle mie poesie... che poi parlano pure d’altro... Beh, associate all'immagine di me autrice… Ma mi vedi? Ma lo sai come vendo?»
Sta tutta dritta, con tutto il corpo in evidenza perché anche io lo guardi.
«Hai sedici anni Vitto’...» E intanto dondolo l’ennesimo pacco lasciato dal negozio per la madre.
«Diciassette quasi. Che ti credi, io non andrò mica a fare i concorsi statali come te Ari. Guarda che allegria tu! Stai qui leggi sempre, speri, vuoi diventa' prof pure te. Io no. Io voglio... penetrare il mondo, capisci? io entro ovunque...»
Ma come mi fa tenerezza, povera piccina.
«Poi esci però...»
«E certo. Entro ed esco. Sai Ari, siamo tutti di passaggio in questo mondo di dolore...»
Oh no, questa no, questa è la madre, sputata.
Le metto in mano il pacco enorme, infiocchettato con cura e con su scritto Prada. Ma tanto non se ne vuole andare.
E infatti non se ne va.

«Fallo decaffeinato!» le suggerisco dopo un po’, davanti alla macchinetta per l’espresso. E aggiungo: «I biscotti e i cioccolatini sono lì!» glieli indico.
«Pensa che...» mi racconta a bocca piena, «alla demente arrivano per regalo forme intere di grana.»
«Un sacco di regali riceve...»
«Sì ma quelle forme di grana lei le butta perché ha iniziato la macrobiotica e lì i latticini sono tossici. Sono veleno! Meglio buttarle che intossicare altri, dice lei. Veleno veleno, non sai quante volte lo dice, veleno!»
«Ma stai scherzando? tua madre butta intere forme di grana?»
«Ora c’ha sta fissa della macrobiotica...»
Immagino la madre che espone la dieta macrobiotica agli amici, seduti su sedie di plastica trasparente da migliaia di euro. Una casa senza specchi perché:
«Lei ha paura a specchiarsi perché sa che poi si vede ingrassata!» mi dice. Poi riferito al pacco di Prada che ho cercato di mollarle:
«Se lo prendesse da sola! Se ne prendesse tanti altri di pacchi... non credi?»
Non so se le viene davvero da piangere, o se sta recitando.
«Forse il vestito ti fa troppo seno» le dico materna:
«Luttman mi ha detto che infatti ora ci lavoriamo...» torna col suo tono di prima.
«Chi?»
«Adoro…» e sghignazza.
«Adori cosa?»
«Quanto sei topina. Luttman è… NON… un chirurgo plastico…»
Finisco io la frase: «E’ IL chirurgo plastico! e lo incontri per…?»
Si mette ancora tutta dritta a mostrarmi il seno.
«Non ti devi preoccupare, negli anni diminuisce da solo, a me è successo così…»
Lei mi fa una risata sguaiata in faccia:
«E secondo te io voglio che diminuisca? Dai, ora vado, m'aspetta Vanea!» che è il nome (assurdo) di una sua amica.
«Vittoria…»
«Cazzo vuoi topina?»
Vorrei convincerla che non ci deve andare da quel Luttman a ingrandirsi il seno, né da quel Ruben a farsi fotografare. La immagino a casa di questi. Uomini coi bagni pieni di pilloline rinvigorenti, cremine e fondotinta. Vorrei che invece stesse lì con me a parlarmi ancora di tutte le sue cretinate.
«Niente» rispondo invece.
Un istante prima di salire su quel taxi che l’aspetta fuori, Vittoria fa di nuovo capolino attraverso il portone del palazzo:
«Comunque Ari… Quel libro su come far sembrare i ricci eleganti non ti serve. Sei già una figa così.»
C’è luccichio e c’è odore di fragola sciropposa mentre ride come una scema. Potrei picchiarla o ridere anche io:
«Ora vattene però eh!» le dico.

 

Anna Cherubini