L’Etruria

Redazione

Un lunedì di grande disagio ad un pronto soccorso

Un lunedì di grande disagio ad un pronto soccorso

Lunedì 20 aprile, per una serie di fortuite circostanze che di tanto in tanto la vita  presenta, ho passato l’ intera giornata in aiuto di un amico che ha avuto un modesto incidente sul lavoro, riportando una brutta contusione del piede sinistro, che gli  impediva di guidare e camminare senza appoggio. La persona abita ad una trentina di km dall' ospedale e assieme ad un altro amico l’ abbiamo portato al pronto soccorso più vicino.

Arrivati, io sono rimasto a sua disposizione, accompagnandolo al  triage della struttura. E giustamente essendoci una notevole affluenza di pazienti (due in codice rosso) abbiamo subito messo in conto che la visita e la diagnosi non sarebbero arrivate prima della fine mattinata.

Arrivati alle nove e quaranta in sala di attesa, il triage è avvenuto alle dieci e quindici circa in quanto quello del paziente precedente già in corso è terminato alle dieci e dieci.

Risposto ai dati di registrazione il mio amico è stato accolto con un codice non comunicato e una gentile infermiera dell' accoglienza gli ha posto una busta di ghiaccio sul collo del piede, fasciandolo con garza sterile e poi dopo averlo messo su di una seggiola a rotelle lo ha riportato in sala di attesa, chiedendogli di aspettare di essere chiamato per la prima visita medica. 

Prese alcune  informazioni sulla situazione, ho lasciato il mio amico seduto in attesa tra i tanti parenti di pazienti già accettati e una decina di persone ancora da accogliere al triage. Pensando che ci fossero casi più gravi sono andato a fare alcune commissioni personali nella zona urbana adiacente l’ ospedale, dicendo che sarei tornato verso le due.  Preciso come i toscani sanno fare quando vogliono, alle due sono tornato pensando di riportarlo a casa con diagnosi e prognosi fatte. E invece niente. Lui era ancora in sala d' attesa ed avrebbe dovuto attendere le sedici circa per essere ammesso alla visita medica, che ha deciso, come da  aspettativa, l'invio alla radiologia per una lastra che dicesse se vi erano delle fratture ossee o no.

La lastra è stata fatta verso le cinque e il responso radiologico è stato dato attorno alle diciotto e trenta circa. In tutto questo tempo il mio amico è rimasto seduto sulla sedia a rotelle in un angolo di corridoio data la grande affluenza al pronto soccorso.

Alle diciannove e trenta finalmente dopo ben mie varie, ripetute  educatissime richieste di informazioni è stato dimesso con questa decisione: “ Nessuna frattura; si consigliano però altri accertamenti clinici”.

Nulla da imputare al medico di turno ed ai tre infermieri del turno mattiniero e serale, che hanno fatto del loro meglio. Da informazioni raccolte tra i presenti però ho saputo che in questo pronto soccorso il personale è stato ridotto. Sembra che da fine 2025 ci siano rimasti in servizio solo un medico e tre infermieri per turno:  mattino,  pomeridiano e  notturno.

È naturale che un pronto soccorso ridotto a questi minimi termini non serva a molto e soprattutto in casi di affollamento vada in implosione, riversando disagio, delusione e rabbia nei pazienti e nei loro accompagnatori.

Disagi ripeto non imputabili al personale medico e infermieristico presente in questo lunedì nero per la troppa richiesta di interventi anche gravi (c’ erano due o tre codici rossi) ma senz' altro imputabili ai responsabili politici e dirigenziali di un pronto soccorso che da un po' di tempo in qua è stato impoverito di risorse umane, professionali e di mezzi di sussistenza e abbandonato agli intoppi di una burocratizzazione, che allunga terribilmente l’ intervento clinico e diagnostico.

Dopo una giornata di odissea sanitaria così disagiata per il paziente che poi, pur avendo un piede super gonfio è stato dimesso senza cura alcuna e solo con una diagnosi di grave contusione, ma di nessuna frattura ( e naturalmente per chi ha fatto da buon samaritano) una domanda sorge spontanea: ma per caso è stata già decisa  la  chiusura del pronto soccorso di questo ospedale di Valdichiana?

Di certo un pronto soccorso senza mezzi e senza personale adeguato non serve a nessuno. Anzi crea solo rabbia e disamore verso la sanità pubblica.

Ne è un campanello d’ allarme l’ affermazione indirizzata da una  cinquantenne presente in sala d'attesa verso altri due accompagnatori di ammalati, che invocavano educatamente maggior organizzazione, anche comunicativa, più risorse e personale ben pagato ad una struttura sanitaria pubblica così importante per il territorio di Valdichiana. 

" Basta- ha detto a voce molto  alta questa signora- con la sanità pubblica, ci vogliono i privati. Loro sì che sanno essere efficienti, veloci e pagano bene il personale. Solo loro possono salvare la  sanità di un' Italia distrutta e indebitata dalla sinistra “. 

Ad una persona che educatamente le chiedeva perché invece di aspettare mezza giornata a questo pronto soccorso non era andata alle ormai tante strutture sanitarie e cliniche private operanti nel territorio aretino, la signora molto alterata per la domanda e ignorando che l’ intervenuto era un moderato cittadino di cultura liberale,  rispondeva perentoria: "Ecco con voi di sinistra non si può proprio discutere, che la buttate subito in politica".

Allo sbigottimento dello sconcertato intervenuto dava però man forte e sostegno un giovane diciottenne, che con gesso alla gamba stava aspettando le dimissioni: " Signora,vada a fare polemiche sul piazzale fuori dall' ospedale. Questa è una sala d'attesa di ospedale dove il silenzio è l'unico commento ammesso al dolore dell' ammalato, del paziente che viene dai medici a farsi curare. E non mi guardi male. Lei ha torto marcio per la propaganda da agitprop per la sanità privata che ha voluto fare. Coloro che giustamente qui, in maniera educata e quasi sottovoce, ne hanno chiesto riorganizzazione e valorizzazione da parte dei politici locali e nazionali e naturalmente da parte dei cosiddetti managers e dirigenti alti della nostra Asl, hanno pienamente ragione ".

Un bravo a questo diciottenne. Un stia tranquilla , signora, che in quella sala c’erano agit-prop della sinistra, ma solo cittadini consapevoli di essere tutti nella stessa barca e di dover remare sodo tutti insieme per non finire naufraghi tra i marosi del neoliberismo capitalista.

Cittadini che non vogliono assolutamente fare i sudditi o fare come i polli di Renzo che continuavano a beccarsi e ferirsi tra di loro non sapendo che di lì a poco avrebbero fatto tutti e quattro la stessa fine: quella di essere cotti nella stessa pentola del ricco avvocato Azzeccagarbugli a cui Renzo li stava portando come corrispettivo per la consulenza giuridica che  andava a chiedere. Ogni riferimento a luohi, persone o fatti accaduti è puramente casuale.

Ivo Camerini