L’Etruria

Redazione

Ridateci gli “ spacci comunali”

Se ci fossero in giro partiti, sindacati e forze sociali e civili di una volta, saprebbero come ben combattere speculazione e caro vita.

Ridateci gli “ spacci comunali”

Nei giorni scorsi parlando con un importante esponente politico locale, con prestigiosi incarichi di partito a livello provinciale, mi sono permesso di suggerire qualche cosa di concreto che la politica potrebbe fare anche a livello territoriale per combattere il carovita sempre più grave e devastante e dovuto alle guerre insensate di tiranni che governano il mondo e alle impunite e sempre più spavalde azioni speculative di trust economici,holding, sim e compagnia brutta del neocapitalismo di rito calvinista e nord-americano.

Questo qualche cosa di concreto nel mio suggerimento era nient’altro che la richiesta di una cosa che ogni Comune oggi potrebbe mettere in piedi nel giro di quarantotto ore: aprire uno o più spacci comunali per  generi alimentari e carburanti, visto che il governo nazionale ed europeo non  vogliono ridare allo Stato il sacrosanto ruolo di regolatore del mercato.

La risposta dell’esponente politico locale è stata interlocutoria e con invito a precisare cosa furono nel passato del Novecento gli spacci comunali. Ecco allora molto volentieri ne do un breve cenno, invitando ad osare più democrazia e più economia sociale  in un tempo dove i ricchi ingrassano con la solita protervia del libero mercato e il ceto medio diventa, assieme ai poveri, sempre più povero ed emarginato.

Nell'Italia del secondo Novecento, gli spacci comunali rappresentarono un tassello fondamentale dell'economia sociale e della gestione del costo della vita, fungendo da argine all'inflazione e garantendo l'accesso ai beni di prima necessità. Nacquero in tutti i Comuni anche come  storica estensione delle politiche annonarie pubbliche. Furono strumenti fondamentali per calmierare i prezzi. Vendevano essenzialmente  generi alimentari e di consumo a prezzi controllati o inferiori rispetto ai negozi privati tradizionali. Cioè beni primari come pane, latte, pasta, olio, carni fresche e conserve. Allora non c’era il problema carburanti. Ma oggi nessuno vieta ad un Comune di aprire anche un distributore a prezzi veri, comprando gasolio e benzina dove costa meno, Russia compresa.

Questi strumenti commerciali pubblici allora tutelarono le fasce deboli della società cortonese e italiana, dando ostegno concreto per il potere d'acquisto dei ceti popolari, degli operai e dei pensionati in periodi di forte instabilità economica. Peccato che con il ritorno in Italia delle politiche neoliberiste e dell’arricchimento speculativo avviate nei tormentati anni 1990 scomparvero lasciando spazio alla sola grande distribuzione organizzata che fu promossa in primis dai governi di Berlusconi a cui i grandi partiti popolari nati dalla resistenza al nazifascismo cedettero il potere politico facendosi distruggere dalle note vicende della questione giudiziaria di Mani Puliti, creata dalla Cia non contenta dell’omicidio di Aldo Moro del 1978.

Le forze politiche, che si dicono a parole attente ai bisogni della gente e alla questione sociale che avanza anche in Italia e nelle nostre terre, non possono non affrontare il tema del carovita e della vendita di generi alimentari e di consumo a prezzi controllati o inferiori rispetto ai supermercati e di “carburanti free” ( liberi e svincolati) dalla catena dei distributori della solite ingorde compagnie di petrolieri italiani e non.

In conclusione ecco alcuni cenni essenziali di storia sugli spacci comunali. Negli anni 1950 furono gestiti dai comuni, anche attraverso Aziende Municipalizzate del Consumo, servirono a contrastare il mercato nero, la speculazione e la scarsità di risorse di quegli anni post-seconda guerra mondiale. Negli anni 1960  lo spaccio comunale si trasformò da presidio di sussistenza a strumento regolatore del mercatoterritoriale. Negli anni 1970, con lo shock petrolifero e l'inflazione a due cifre, ci fu il boom degli spacci comunali per difendere i salari dei lavoratori dal carovita. Negli anni 1990 con la progressiva riduzione del ruolo dello Stato e dei Comuni nell'economia diretta gli spacci comunali furono chiusi o privatizzati. In questi anni anche in Emilia-Romagna, Toscana e Umbria, regioni dove l'esperienza degli spacci comunali si era intrecciata con quella dei magazzini del popolo e delle cooperative di consumo tutto, tutto cessò, forse con l’idea di lasciare spazio alla moderna  grande distribuzione cooperativa, come Coop o Conad, che però non sembrano più di tanto interessate a combattere la speculazione oggi in atto. Davvero allora è gistificato il grido che sempre più s’innalza da molti parti d’Italia: “ ridateci gli spacci comunali !”. Per aprire uno o più spacci comunali bisogna avere la volontà di farlo, perché gli strumenti legislativi ci sono e quando non ci sono si creano, perché come disse un grande sindaco di un Comune chianino (negli anni 1970, mentre guidava una protesta popolare in difesa del proprio territorio) per “ fare il bene della comunità si và volentieri anche in galera, l’importante non mettere nulla nelle proprie tasche”.

Ivo Camerini