L’Etruria

Redazione

Sull' Annibale buono e rivoluzionario del romanzo di Ivo Camerini

Alcune note in margine alla lettura del libro " I giorni e le notti di Annibale Barca tra Vallecalda e Cerventosa”

Sull' Annibale buono e rivoluzionario del romanzo di Ivo Camerini

Nonostante questo inatteso, quando torrido inizio estate, sono riuscito a trovare la giusta concentrazione e portare a termine la piacevole lettura dell’ultima fatica di Ivo Ulisse Camerini: "I giorni e le notti di Annibale Barca tra Vallecalda e Cerventosa".
          Devo ammettere di essere rimasto un po' interdetto nel leggere di un Annibale molto diverso da quello descritto concordemente dagli storici antichi che hanno scritto di un ottimo condottiero, il primo ad entrare in battaglia e l’ultimo a uscirne, ma anche un uomo di una crudeltà disumana, una persona che, volutamente, non distingueva il vero dal sacro, che non aveva alcun timore per gli dei, nessun rispetto per i giuramenti e nessuno scrupolo nei rapporti.
       Invece nel lavoro di Camerini il condottiero cartaginese appare un bonaccione, un uomo determinato a conquistare Roma soltanto per eleminare alcuni cattivi e insediare il governo dei buoni!
    Tuttavia, proseguendo nella lettura mi sono dovuto ricredere, perché , pagina dopo pagina, il condottiero cartaginese che in un primo momento appariva quasi un villeggiante giunto nella Montagna cortonese a trascorrere una semi-vacanza, era soltanto un abile artificio letterario dell’Autore per poter esprimere più liberamente il suo “sentire” e per togliersi qualche “sassolino dalla scarpa”.
        Ivo, infatti, sull’esempio sempre attuale di don Francesco Chiericoni  che più di un secolo prima, aveva fatto un percorso inverso dal suo giungendo, suo malgrado, fra la gente di montagna relegato dall’autorità ecclesiastica del tempo, ma aveva fatto propria la cultura della gente di montagna e si era servito degli scritti per esprimere tutto il suo disagio e denunciare soprusi e prepotenze, ricorre alla letteratura per esprimere i suoi sentimenti di riconoscenza verso la sua gente e per mettere a nudo garbatamente, molti dei tanti potenti con i quali è stato a contatto.
         A mio avviso, infatti, non sono pochi gli aspetti che accomunano le vicende personali di Maranguelone  a quelle di Ivo Ulisse “il sapientino”, in quanto ambedue hanno dovuto ingoiare più di un rospo, soprattutto Ivo che, più di una volta, ha visto mettere il cappello altrui sul proprio operato.
     Con questo lavoro, perciò, Ivo non intende dedicare la sua fatica ai giorni che nel lontano 217 a.C. hanno preceduto la Battaglia del Trasimeno, bensì raggiungere alcuni obiettivi ben precisi: esprimere tutto il suo affetto per le sue radici e per la sua gente; cogliere l’occasione per un excursus del suo vissuto personale e professionale; evidenziare quanto la sua cultura di base abbia influito sulle sue scelte sempre dalla parte degli ultimi.
      L’esito è una lettura piacevole perché scorrevole nella forma e chiara nel messaggio: sentire con legittimo orgoglio di dovere tutto alla cultura tipica della sua gente avvezza piuttosto  a spezzarsi, ma non a piegarsi nei momenti più duri, ma anche a non esaltarsi nel momento del successo.
        Ivo infatti, dopo i primi tempi piuttosto duri che avrebbero fatto desistere chiunque, attraverso la militanza nel Sindacato ha potuto fare esperienze impensabili ed è venuto a contatto con molti dei potenti del momento e di molti di loro esalta le virtù senza trascurarne i difetti e , con fine ironia, mette in luce soprattutto i comportamenti narcisistici di qualche protagonista facendo scorrere sotto gli occhi del lettore oltre cinquant’anni di storia patria osservata e vissuta dall’interno del potere.  
      Dal suo racconto vengono fuori anche i momenti più bui che avrebbero demoralizzato chiunque, ma non lui temprato alla cultura del sacrificio, a stringere i denti e … la cigna e a trarre nuova forza con la immersione di qualche giorno nella sua terra nel suo villaggio della memoria.
    Oggi, dopo tante fatiche, qui ha fatto ancora una volta ritorno per trascorrere il tempo in “meritati ozi” tra la cura dei nipoti e la coltivazione dell’orto, quasi un ultimo omaggio di riconoscenza alla sua gente, alla sua cultura.
     Il libro, infatti, sembra essere destinato a coloro che non conoscono i valori  che hanno consentito nei millenni alle genti di sopravvivere e di plasmare il paesaggio che oggi ammiriamo e a quanti non sanno cosa abbia voluto vivere in maniera autosufficiente a queste quote e di quale importanza assumesse la conoscenza del tempo meteorologico , del saper riparare un sentiero franato, di come riparare la casa colpita dal fulmine, come ricavare di che mangiare in ambienti difficili da coltivare, di come allevare il piccolo bestiame di pecore e maiali, di come ricostruire i muri a secco crollati per l’eccessiva pioggia, di invocare i Santi protettori con le preghiere le più adeguate.
     Ritengo infine che l’idea non dichiarata di Ivo Camerini nell’affrontare questa fatica, sia stata proprio quella di serbare viva la memoria di questo mondo, di questa cultura e del suo dialetto.
                                                              B.Alpini