Quella di mercoledì 28 ottobre 2026 per chi scrive è stata davvero una bella mattinata passata con il vescovo Andrea in un itinerario storico-religioso della montagna cortonese tra silenzi di fede, di pietra serena e il vocio di un deserto verde dominato da faggi, querce, castagni e abeti. Silenzi anche e soprattutto delle chiese ancora aperte al culto o degli oratori e dei conventi diruti, sepolti nel vocio, sempre più panico e panteista, di un deserto verde fatto di boschi e foreste, che invece una volta , essendo pieno di orti e campi coltivati da comunità cristiane, animate da rustica virtù e dedite a vivere il loro quotidiano nel nome di Cristo e di Maria, era un bel rumore della gioia francescana di Madonna Povertà.
Salire dalla Val del Loreto, dove ci si è incontrati per ammirare il bel dipinto seicentesco di Margherita della lacrimina (oggi sotto attacco di polvere e calcinacci) fino alla vetta del monte Ginezzo, a due passi dall’azzurro del cielo e del Lago Trasimeno, è stato un vero e proprio pellegrinaggio a ritroso nel tempo, dove piccole comunità, eremiti e viandanti hanno lasciato tracce indelebili di una fede genuina e radicata, lontana dai fasti della città, vissuta nel quotidiano di una agricoltura e di una selvicoltura di sussistenza da famiglie che furono fiere di vivere in pace e spesso gratificate solo “de vin de nuveglie e de pan de legno” ( traduzione: di acqua e di castagne).
La montagna cortonese, con i suoi crinali boscosi, oggi ormai vere e proprie foreste, che separano la Valdichiana dalla Valtiberina, non è soltanto un paesaggio naturale di straordinaria bellezza, ma un vero e proprio palinsesto di verde e di pietra in cui non solo si può leggere la storia della spiritualità italiana e occidentale, ma anche pensare, riflettere sull’oggi e sul domani, come si è cercato di ipotizzare nel dialogo essenziale intercorso con Andrea sui pratoni di Ginezzo.
Un dialogo, una chiacchierata semplice e fatta con le ragioni del cuore, mentre lo sguardo si perdeva tra i borghi di Casale, di Teverina, di Seano, di Rufignano, di Poggioni, di Vaglie e Teverina Bassa; cercando idealmente di mettersi letteralmente sulle tracce di quegli uomini che, tra il Medioevo e il Rinascimento, scelsero queste vette per cercare il silenzio, il dialogo con Dio e una nuova dimensione di vita comunitaria.
Tracce che oggi recano i nomi antichi di Cura di S. Carlo al Torreone, di Chiesa di S.Egidio a Monte Fieri, di Chiesa di S. Giovanni a Torgnia, Prioria di S. Agata a Cantalena, di Parrocchia di S. Giovanni a Tornia, Pieve di S. Marco a Poggioni, di Pieve di S. Maria a Falzano, di Cura di S. Pietro Adame , di Cura di S. Lorenzo a Ruffignano, di Cura di S. Bartolomeo a Teverina, di Cura di S. Lucia a Seano, di Cura di S. Biagio a Casale. Tracce che recano i nomi antichi di Oratori e Cappelle oggi diruti o sconosciuti, come: Oratorio di S. M. Maddalena al Bagnolo, Oratorio dei Signori Alfieri a Bagnolo, Oratorio di S. Biagio e S. Gio.Batta a Ranza, Oratorio dei Signori Mancini a Rufignano, Spedale della Croce (gestito dagli Agostiniani) a Coldimorro (Teverina), Oratorio di S. Giusto (prima a Castel Gherardi e poi trasferito a Tecognano), Oratorio di S. Caterina a Portole (Castel Giudeo), Oratorio di S. Maria a Monte Maggio (Seano), Oratorio di S. Maria a Ghinezzo ( Rocche - Badia).
Su queste tracce si è avviato un dialogo e una chiacchierata tra un Buon Pastore d’anime e un modesto giornalista di strada innamorato della propria terra natia fatta di una montagna dove natura e architettura e antropizzazione rappresentano ancora una straordinaria fusione tra l'asprezza della natura appenninica e l'anelito cristiano verso la trascendenza.
Una montagna dove oggi, davanti ad un mondo inselvatichito, violento e, spesso antiumano, si potrebbe far rinascere una nuova tappa di quel cammino umano fatto ancora di quelle comunità che seppero trasformare la pietra e il bosco in uno spazio umano vestito di sacro, lasciando ai posteri un'eredità di bellezza, di silenzio e di riflessione che ancora oggi, a distanza di secoli, interroga profondamente chiunque si metta in cammino lungo i suoi sentieri. Una nuova tappa che, naturalmente, come sottolineava il vescovo Andrea al momento del saluto, mentre riprendeva la sua strada verso il palazzo vescovile di Arezzo, potrà avvenire solo se ci sarà una ripopolazione di questi borghi della montagna cortonese. Una ripopolazione umana che sappia ripartire dalla ricostruzione o ristrutturazione delle sue chiese, dei suoi oratori che sono non solo patrimonio urbanistico (minore o maggiore poca importanza ha) ma una testimonianza unica di un'identità storica e spirituale che rischia di essere dimenticata dalla frenesia della modernità.
Il giornalista di strada non solo concorda, ma testimonia volentieri che i ruderi, le facciate silenziose e gli interni spogli delle chiese e degli edifici religiosi dei borghi della bella montagna cortonese parlano ancora oggi, a chi sa ascoltare, a chi sa ancora trovare mattinate o giorni per camminate di pellegrinaggio, di equilibrio rinascimentale tra il paesaggio naturale modificato dall'uomo e il senso del divino.
Nella foto di corredo, il vescovo Andrea Migliavacca sul monte Ginezzo nella mattinata del 28 ottobre 2026.
Ivo Camerini