L’Etruria

Redazione |

Riflessioni ai tempi del Covid-19: occorre preservare l'identita cortonese

Riflessioni ai tempi del Covid-19: occorre preservare l'identita cortonese

“I primi 27 reperti di antichità egizie del Museo di Cortona furono catalogati nel 1783 dal Bibliotecario dell’Accademia Carlo Tommasi … fra le raccolte “minori” di materiali egizi, quella cortonese è certamente una delle principali”. Tali informazioni si trovano giocherellando in internet e richiamando Cortona ed Egitto.

Quindi anche nel 700 Cortona era ricca di importanti personaggi che contribuivano fattivamente a costruire il “gioiellino” della Valdichiana, la punta di diamante del turismo aretino, del piccolo borgo adagiato sul colle che con la sua fama internazionale ha offuscato per decenni la città capoluogo di provincia e ha competuto in bellezze e richiamo turistico con gli altri meravigliosi borghi e cittadine della Toscana e della vicina Umbria. I cortonesi e gli amanti della città nel corso di millenni hanno costruito non solo le mura, i palazzi, le chiese, le case del nostro centro storico, ma hanno modellato anche la campagna con i suoi campi e le piccole collinette della Valdichiana inframezzate da boschetti e canali, più o meno grandi, che ricordano le varie fasi della bonifica della nostra valle. I cortonesi e gli amanti della nostra terra hanno creato questo fascinoso connubio tra storia, natura e paesaggio agreste, tutto grazie al lavoro dell’uomo. Pensiamo alle piccole pievi nascoste tra le foreste della nostra montagna, oltre a preziose costruzioni abitate dai nobili che in alto trovavano refrigerio e pace mentre in basso trovavano le risorse economiche per condurre una vita agiata.

I cortonesi, fossero di città, di campagna o di montagna hanno contribuito a dare quella identità che ha diversificato fino a ieri Cortona con il resto del mondo.

Non sono i turisti che rendono bello, unico, desiderabile un luogo, ma è il lavoro e il vivere degli abitanti che crea l’atmosfera giusta per quel luogo, altrimenti non è più un luogo di relazione, ma diventa un museo a cielo aperto. Oggigiorno i turisti o visitatori cercano luoghi vissuti, dove le tradizioni diversificano e distanziano dalla globalizzazione che tutto rende uguale. Ha rilevanza un luogo che rammenta i tempi passati, le gioie e i dolori di coloro che hanno vissuto prima di noi, ha rilevanza la creatività dell’uomo che si concretizza nell’artigianato con le sue varie forme, ha rilevanza la tradizione ripercorsa nell’enogastronomia, all’insegna del detto “dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”, frase che oggi e in questo contesto va oltre ciò che intendeva il famoso gastronomo Jean Anthelme Savarin, ha rilevanza infine la capacità di accoglienza, di far sentire importante l’altro, colui che ci fa visita, in un generale ambito sociale di diffidenza e prevaricazione.

Tutti stanno cercando ricette per uscire dalla crisi del turismo che sembra aver generato Covid-19, tutti cercano soluzioni più o meno realizzabili, più o meno costose e fantasiose, ma tutte rivolte alla ricerca del turista. Per Cortona centro storico, secondo me, non è così, come non è così per tutti i centri, piccoli e grandi, che stanno vivendo lo stesso incubo: penso, per esempio, a Firenze e a Venezia.

Per risolvere definitivamente il problema turismo è necessario, oltre alle immancabili azioni immediate per supportare gli esercenti e superare la grave crisi attuale, rivedere una volta per tutte la visione futura della città. Non ha lunga vita un luogo, per bello che sia, che non è vissuto e che non splende di luce propria, ma di luce altrui, quella che il flusso turistico ha garantito fino al febbraio 2020. Se non comprendiamo questo, tutte le azioni che andremo a compiere si infrangeranno contro il muro della lontananza. Cortona deve tornare ad essere una città viva, una città che agli inizi del novecento contava oltre 10 testate giornalistiche, almeno due banche del luogo, un numero ragguardevole di artigiani e commercianti, piccole ma ingegnose aziende operanti in vari settori e via via tutte quelle attività che rendevano viva la città e capace di costruire quel futuro i cui frutti ci siamo goduti fino a qualche mese fa.

Certo, non voglio essere frainteso, non dobbiamo puntare su banche del posto o teste giornalistiche … i tempi sono cambiati. Ma se tutti, in primis la amministrazione pubblica, non prendiamo atto e consapevolezza di questo aspetto, la vedo buia per il destino di Cortona.

Come in altre occasioni ho già detto, ciò che occorre a Cortona, ma anche a tutto il suo territorio, è innanzitutto una connessione in rete valida e diffusa, che unisca in modo affidabile le nostre mura etrusche con tutto il mondo; occorre poi agire sul fronte del lavoro, coniugando il lavoro svolto da aziende che utilizzano le nuove tecnologie con le capacità creative di un “moderno” artigianato; utilizzare gli edifici di proprietà pubblica anche per iniziare un nuovo “ripopolamento” della città con famiglie giovani ed effettivamente residenti nel paese. Iniziare cioè un lento percorso di rivitalizzazione del centro storico volto alla ricostruzione della nostra identità, della nostra anima, del nostro stesso esistere.

Per fare ciò però è innanzitutto necessario trovare una unità di intenti, una volontà di operare che parte dalla consapevolezza che questa è l’unica via percorribile per onorare coloro che ci hanno preceduto e che con il loro esempio ci hanno indicato la direzione che dobbiamo percorrere.  

Se tutto ciò verrà realizzato, se Cortona tornerà ad essere la città viva di idee e di proposte che è stata fino a qualche decennio fa, grazie all’aiuto e alla collaborazione di tutto il territorio del comune, allora questa grande paura che ci sta attanagliando in questo periodo, rimarrà un antico e fastidioso ricordo, altrimenti il trimestre trascorso non sarà stato che un accelerante che ci ha mostrato cosa rischi di diventare Cortona in un prossimo futuro, indefinibile nel quando, certo nel come.               

                Fabio Comanducci