L’Etruria

Redazione

Montagna cortonese: storia e racconti di nonna Dina -3

Montagna cortonese: storia e racconti di nonna Dina -3

Per gli ultimi racconti,come d’accordo, con Dina mi ritrovo a Borgo Casale , nella sua casa di sposa con Bartolomeo Cipollini (morto nel 2008) ed oggi apprezzata agriturismo gestito dai figli Grazia e Gino.

Tanti sono i miei ricordi di ragazza e giovane donna in Casale, ma per ora te ne voglio raccontare solo alcuni più significativi che aiutino i miei nipoti e i giovani di oggi a capire che il progresso e il benessere non sono un regalo o una cosa per tutti e che dura in eterno.

Come ti ho detto il mio babbo e il mio nonno erano le persone più brave del mondo nel fare le scarpe a mano. Erano apprezzati da tutta la montagna e facevano le scarpe alle persone anche andando a casa loro. D’inverno, che allora era chiamato anche il tempo della calzatura, andavano nelle case degli altri e ci rimanevano anche una settimana senza tornare da me. Sotto le scarpe, che erano di cuoio più o meno morbido, ci mettevano anche le bullette (ndr: chiodi forgiati con capocchia larga) perché duravano di più e poi così non si scivolava.

Per il bucato le donne di casa adoperavano la cenere vagliata del focolare. Ogni famiglia aveva una grande vasca o pignatta in ceramica cortonese  con cannella sul fondo dove la donna di casa, una volta al mese, metteva tutti i panni con acqua bollente e cenere e dopo una giornata di ammollo, chiamata cendereta, li riprendeva andando poi a finire di lavarli, con il risciacquo a mano, alla fonte o alla gorga del ruscello.

Nelle lunghe  serate autunnali ,da ottobre a dicembre, dopo il lavoro nei campi o nei boschi, alla sera nelle famiglie si cenava quasi sempre con le castagne bollite ( che noi si chiamavano balòsce) ed era molto bello perché la famiglia si radunava tutta attorno al fuoco e ,tra una chiacchiera e l’altra, si sgusciavano le castagne cotte al fuoco in un secchiello con acqua e si mangiavano bevendoci un bicchiere di acquarello (ndr: vino di seconda spremitura allungata con acqua e che andava bevuto entro due mesi al massimo perché altrimenti prendeva l’aceto).

Avrei tante altre cose da raccontarti, ma  tra poco devono arrivare degli ospiti qui all’agriturismo e sarò impegnata con loro ; prima di lasciarci però voglio raccontarti di fra Fedele, un frate cappuccino che girava anche nella nostra montagna a far la questua e che era spesso sia a casa dai miei a Valentina che dai tuoi a Fiume. Questo frate fu negli anni 1930- 1950  una figura religiosa di straordinaria bontà e solidarietà. Fu un amico di tutti i bisognosi di allora e viveva tra la gente che lavorava, essendo un lavoratore egli stesso e non solo un uomo di preghiera.

Fra Fedele non stava alle Celle, ma a Cortona in una grande casa, che aveva anche una stalla per il suo cavallo e calesse. Questa casa, che io ho visto quando ero già grande , si chiamava ospizio. Ma attento non era l’ospizio degli anziani. Era l’ospizio per chi era di passaggio in Cortona e non aveva un ricovero per la notte. Se uno,che era stato ammalato in ospedale e quando usciva non aveva la possibilità di raggiungere la sua casa in montagna o in campagna,  andava a dormire da fra Fedele. Se uno della montagna o della pianura non poteva tornare a casa, perché aveva fatto tardi per sbrigare le faccende o l’indomani doveva essere ancora in Cortona oppure c’era la neve e di notte non si poteva camminare, andava a dormire all’ospizio di fra Fedele, che non faceva pagare . Anche i soldati della montagna, quando venivano in licenza o dovevano prendere il treno a Camucia la mattina presto , la notte erano ospiti da fra Fedele. E’ anche per queste sue opere di beneficenza che egli andava in giro da tutti a fare la questua per far fronte alle spese dell’ospizio.

Egli era un “frate da cerca”, come allora lo chiamavamo; da noi , in montagna , dove tutte le famiglie avevano le pecore o le capre, veniva al tempo del formaggio e della tosatura. Inoltre veniva anche al tempo della battitura per avere un po’ di grano e al tempo delle castagne per avere vitarine e marroni.

In campagna e in costa passava anche al tempo della vendemmia e della raccolta delle olive. Tutto quello che riceveva lo caricava sul suo calesse trainato da un bel cavallo e lo portava sia al convento delle Celle sia al suo ospizio. Fra Fedele era davvero un frate benvoluto da tutti, anche dai comunisti, che allora volevano non potevano vedere preti, frati e suore. Era un grande simpaticone e sapeva farsi amare dalla gente. Quando andava alla cerca del grano nelle aie di famiglie comuniste non domandava nulla;  si metteva a lavorare e mangiare con loro e  cantava anche bandiera rossa; ma alla sera il suo calesse era strapieno di sacchi di grano.

Era un frate tanto buffo; scherzava con tutti e faceva colazione o pranzo da chi si trovava a quell’ora. Una volta una massaia di Casale, che stava preparando il pranzo  per i familiari al lavoro al bosco , gli chiese se voleva mangiare a casa sua. Lui disse di si e la massaia le disse: “ che volete, fra Fedele, le uova al tegamino o le salsicce sulla brace”? Lui rispose: “ Brava donna, si non vi dispiace, vanno bene le uova e le salsicce, con un pezzo di pane e un buon bicchiere di vino”.

A quei tempi in montagna, negli anni dell’immediato dopoguerra, non c’era tanto benessere e si stava attenti anche al mangiare, ma la massaia fu felice di sfamare fra Fedele, perché nelle nostre famiglie le uova e la carne di maiale non mancavano mai.

Insomma, ci si teneva a difenderci con il mangiare e con l’essenziale per vivere. La nostra era una società pastorale e contadina e ci si aiutava l’un con l’altro e alla domenica si andava tutti in chiesa alla messa e alla funzione. Eravamo una piccola comunità di montanari che ci si voleva bene e tutto per noi andava bene , anche perché i lussi non si conoscevano e il consumismo, o “il meglio”, come poi lo chiamavamo sul finire degli anni 1950 e in quelli d’inizio 1960, sarebbe arrivato troppo tardi per noi montagnini  e quindi per una vita esenziale  , fatta di poche cose, ma di tanto cuore ed anima, ci si difendeva abbastanza bene.  

Sul finire degli anni 1950 la nostra montagna e anche il borgo di Casale, siccome da noi non vi erano  luce elettrica ed altri progressi industriali e commerciali che ormai si stavano  diffondendo in tutta Italia, cominciarono però a spopolarsi . La gente prese ad emigrare in posti migliori dove c’era benessere per chi voleva lavorare e anche la mia famiglia emigrò a Fiumicino , vicino Roma. Io mi sposai con Bartolomeo che faceva il muratore e  con cui ho avuto due splendidi figlioli: Grazia e Gino. Tra una faccenda e l’altra facevo la sarta e li ho allevati, ma negli anni 1980 , quando ormai la montagna e il nostro Casale erano quasi vuoti , mi sono trasferita anch’io a vivere a Cortona dove vivo ancora. A Cortona sto accanto ai miei figli e mi trovo bene anche perché, nel vivere questa mia età di nonna e di mamma anziana, sono molto coccolata non solo da Grazia e Gino, ma  anche dai nipoti, dal genero e dalla nuora”.

Grazie, Dina, per questi tuoi racconti che saranno senz’altro apprezzati dai lettori de L’Etruria e un forte abbraccio da quel piccolo ragazzino, che tante volte ( quando veniva dal tuo babbo a farsi i sandali estivi con i copertoni vecchi delle ruote di motocicletta rimediati da Gigi da qualche meccanico) prendevi  in braccio e lo portavi a giocare con tua cugina Mari.

Ivo Camerini